James Monroe (1758-1831) non venne mai in Italia. Conosceva bene, invece, Inghilterra e Francia, dove era stato ambasciatore, e naturalmente la Spagna, con la quale, eletto presidente per due mandati, concluse il trattato per la cessione della Florida.

Furono le esperienze di diplomatico e poi di Segretario di Stato che stratificarono in lui l’idea passata poi alla Storia come “dottrina Monroe”. Che era un atto di rigetto e deterrenza nei confronti di francesi, spagnoli e portoghesi: le potenze coloniali europee non dovevano più occuparsi dell’America Latina. Tra i diffidati non c’era l’Italia, perché lo Stato unitario nascerà solo trent’anni dopo la morte di Monroe. E comunque Roma, come Berlino, neppure dopo ebbe colonie lì; e il Regno Unito non aveva granché, se non la Guyana britannica. Le “colonie italiane” furono invece i nostri emigranti, le cui discendenze si radicarono nelle Americhe.

L’originaria tesi del presidente americano quindi era “contro” Parigi, Madrid e Lisbona: nella visione di Monroe era una rupture anti-imperialista e anti-europea in favore dell’indipendenza dei nascenti Stati che lui chiamava “i nostri fratelli del Sud”. Da quel “warning” stava quindi fuori l’Italia; la quale, anzi, fece da sponda col presidente Theodore Roosevelt (1858-1919) per l’aggiornamento della dottrina Monroe, quando molti anni dopo (1902-1903) il nostro Paese prese parte a un blocco navale contro Caracas che non voleva pagare i danni subiti dai cittadini europei durante la guerra civile di fine secolo. La questione poi si compose con un arbitrato internazionale: i risarcimenti furono liquidati. Ma fu proprio quella vicenda a fare integrare l’originaria “dottrina Monroe” col “corollario Roosevelt”: il nuovo presidente stabilì che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti anche con operazioni di “polizia internazionale” per sistemare le pendenze degli acerbi “fratelli del Sud” col Vecchio Continente.

Donald Trump è quindi l’erede più esplicito del magistero dei due “ancient presidents”; dopo l’interventismo blando dei suoi immediati predecessori, è lui ora a rilanciare la vecchia dottrina Monroe-Roosevelt, che ha ribattezzato “Donroe”. Al di là delle verbosità di Trump, a confronto con la disastrosa applicazione della “Bay of Pigs Invasion” a Cuba (1961), condotta contro Fidel Castro da John F. Kennedy, il “prelievo” di Maduro è stata un’operazione di spettacolare successo: ufficiale, non coperta, non associabile al catalogo delle “black ops” e delle “extraordinary renditions” portate a termine dalla CIA (come nel caso Abu Omar).

Ragioniamo su un dato: Italia e Germania sono i Paesi Ue meno lontani da Trump; Francia e Spagna i più distanti. È agli occhi americani un prolungamento della divisione tra Stati ex colonialisti e non? Si può giungere a leggere la stessa “questione Groenlandia” agitata da Trump – frenato con un deciso documento firmato dai principali leader europei, inclusa la nostra presidente del Consiglio – addirittura come “l’ultimo grande caso di colonialismo europeo nel continente americano” (Socci)?

Allora, oggi, Meloni incassa posture offerte da quell’antica faglia? È questo l’elemento che spiega a sufficienza la legittimazione forte, da parte della premier italiana, dell’arresto del dittatore venezuelano, anche se riequilibrata con la telefonata alla Nobel Machado? Oso: il rapporto tra Trump e Meloni è “agito” da una logica che sfugge alla nostra visuale, alla nostra contemporaneità? Avrà qualche fondamento l’idea transpolitica di un’astuzia della storia, immanente o “superiore”, non percepita dagli stessi protagonisti? Riprendiamo dallo scaffale “conservative” i volumi di Cochin, Del Noce, Furet, Nolte. Forse ci aiutano a capire.

Carmelo Briguglio

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