Referendum 22 e 23 marzo, a Bari il caso della foto con giudice e pm insieme

Diventa un caso, a Bari, la foto della campagna elettorale del No che fanno, abbracciati insieme, indossando una identica t-shirt verde, la Pm del tribunale pugliese e il magistrato giudicante nella medesima corte. La posa con cui il No punta a far valere il “gioco di squadra” funziona al contrario: prova l’unità organica, la colleganza affettuosa tra Pm e giudici nella stessa corte.

A metterlo in evidenza ieri è stato l’avvocato Gian Domenico Caiazza: «Non dubito che siano bravi nell’esecuzione del loro lavoro in aula, che conoscano e rispettino la legge. Mi metto però nei panni di un indagato che domani va in giudizio e si trova davanti la Pm che lo accusa, a sinistra, sorridente nella foto, e seduto nello scranno più alto, per emettere la sentenza, il giudice che nella medesima inquadratura sorride e abbraccia la Pm. Come può pensare di essere davanti a un giudizio imparziale?», si chiede Caiazza. Questa di Bari, in effetti, è una immagine paradigmatica di come vanno le cose in Procura, calato il sipario del formale rispetto di ruoli e funzioni. Pm e giudici giudicanti sono amici, colleghi, partner nella vita professionale e associativa, come nell’Anm e nelle correnti. La giusta distanza tra accusa e giudizio non esiste. La distanza tra accusa e difesa è siderale.

Il caso Woodcock – l’epic fail in diretta tv – d’altronde ha scoperchiato un vaso di Pandora: ha reso evidente per tutti quanto siano vane e inconsistenti le ragioni del No. Ma ancora più di questo, ha reso evidente la discrepanza del discettare con la toga e senza toga. Quando il Re è nudo, si vede e si sente. E gli italiani – che sui social si sono accalorati sul grande sconfitto del confronto tv – si sono resi conto di come i Pm, davanti al dibattito pubblico, al contraddittorio, al confronto televisivo si rivelino inefficaci, abituati come sono agli interrogatori a senso unico. Ad alzare la voce, ad incutere timore, a minacciare chi testimonia. Da pari a pari, perdono quello smalto. Le pagine nere di Mani Pulite ci parlano di centinaia di testimonianze ammesse, interrogatori a verbale e incidenti probatori in cui l’unico fine era acquisire, dall’indagato, un nome importante, di peso, per alzare il livello dell’attenzione mediatica sul processo. Quando questa dinamica è messa in discussione da un confronto libero e trasparente, ecco che i temibili accusatori diventano, come dice Mulè, «balbettanti».

D’altronde sono sempre di più a rendersi conto di quanto è importante questo referendum. Nasce, nell’avvicinarsi della data del voto, «Non più solo un dibattito per addetti ai lavori o una sfida tra partiti: la riforma della giustizia diventa una battaglia di civiltà che parte dal basso». Nasce ufficialmente un cartello trasversale composto da ben 26 organizzazioni civiche, sindacali, culturali, datoriali e sportive, unite per sostenere attivamente la campagna referendaria per il SÌ. L’iniziativa, nata dalla spinta propulsiva dei Presidenti Nazionali di ASI e OPES, segna l’ingresso dirompente del mondo dell’associazionismo e del terzo settore nella partita referendaria. Sulle ragioni del Sì, si fa largo un dato su tutti. «Il 99% delle richieste di intercettazioni viene accettata dal gip, così come la richiesta di proroga delle indagine: c’è un sostanziale appiattamento e il giudice finisce per condividere cultura di scopo». È quanto afferma Francesco Petrelli, presidente del ‘Comitato Camere Penali per il Sì’.