70 giorni all'alba
Referendum giustizia, al voto il 22 e 23 marzo: a Firenze riunita la sinistra del Sì ma nel Pd c’è aria di ricorso al Tar
Urla e strepiti, il governo ha deciso la data del referendum confermativo sulla giustizia. Si andrà alle urne tra poco più di due mesi, domenica 22 e lunedì 23 marzo: la decisione è stata presa ieri dal Consiglio dei ministri.
Negli stessi giorni si voterà anche per le elezioni suppletive. Le minoranze masticano amaro: avrebbero voluto posticipare l’apertura dei seggi. Un po’ come allungare i tempi della partita per raggiungere un miracoloso pareggio. Il co-leader di Avs, Angelo Bonelli, ha un’altra interpretazione: “La maggioranza anticipa perché ha fretta e paura di perdere”. L’ultima spiaggia è quella paventata dal Pd nelle ultime ore: ricorrere al Tar del Lazio. La butta sul ridere il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti: “L’unica cosa che non manca in Italia è la possibilità di fare ricorso, il problema è farselo accogliere”. E se venisse accolto? “Se mio nonno fosse un treno…”, la replica divertita del ministro.
Il confronto è poi appeso a un doppio binario: dietro l’angolo spunta anche la nuova legge elettorale. Le intenzioni di Giorgia Meloni sono chiare: sistema proporzionale con premio di maggioranza (chi prende almeno il 40% dei voti conquista il 55% dei seggi, fino al 60% se la coalizione tocca il 45%) e una soglia di sbarramento al 3%, rispetto all’attuale 8. Sul tema si espone Azione che, con l’ex ministra Elena Bonetti, dice a Sky: “Una legge che favorisca la fine di un insostenibile bipolarismo ormai finto è la benvenuta e, anzi, è necessaria”.
Il Nazareno si sente mancare la terra sotto i piedi: il voto degli italiani sulla separazione delle carriere dei giudici e il pensionamento del Rosatellum potrebbero decretare la fine anticipata dei giochi. Insomma, altro che sorpasso. La possibilità di giungere a un testo condiviso, come ha auspicato la settimana scorsa la premier, è vicina allo zero. Chiude la porta il senatore dem Dario Parrini: “Il premio di maggioranza abnorme di cui si parla presenta criticità evidenti e tutto dipenderà da come verrà costruito, anche nel rapporto con altre riforme”.
Il ping-pong prosegue sulla riforma della giustizia. In prima fila per spingere il Sì Forza Italia, che ieri ha tenuto una riunione organizzativa alla presenza del segretario Antonio Tajani. “La riforma del ministro Nordio – si legge in una nota diffusa dopo l’incontro – è una battaglia garantista e per la libertà, ispirata da Silvio Berlusconi, che finalmente arriva a compimento con il referendum confermativo”. Per gli azzurri, “il referendum non è di partito, ma per il Paese: può e deve essere assolutamente trasversale”. Insiste il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè: “Che i giudici saranno sottomessi alla politica con la vittoria del Sì è la più grande menzogna che sta circolando, e fa davvero specie che a diffonderla sia l’Associazione nazionale magistrati, cioè coloro che dovrebbero ricercare la verità”.
Nella mischia il Partito liberaldemocratico, che ha costituito il comitato “Giustizia Sì” e che giovedì scorso ha promosso a Roma il primo incontro con il segretario Luigi Marattin e l’ex presidente Rai Claudio Petruccioli. Venerdì a Lucca un’altra convention per il Sì, con il presidente del Pld Andrea Marcucci, Marco Taradash e Giammarco Brenelli. Si aggiunge il presidente dell’Unione Camere Penali Francesco Petrelli: “La separazione delle carriere non indebolisce la magistratura e non la sottopone alla politica”. Insomma, due mesi per disputare la partita della “vita”. Il bottino rischia di essere superiore alla conferma (o meno) della riforma della giustizia.
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