Il distacco nelle intenzioni di voto si è assottigliato
Referendum giustizia, Brunetti: “Il No va fuori traccia, Meloni indispensabile per convincere elettori centrodestra. Accostare chi vota Sì a CasaPound produce effetti opposti”
L’analisi del fondatore di Spin Factor, società leader nella consulenza politica e istituzionale: “Gli oppositori stanno radicalizzando i toni: si rischia uno scontro tra poteri senza precedenti”
Tiberio Brunetti legge il referendum con la lente della comunicazione. Il No domina sui social, mentre il Sì è in ripresa nelle intenzioni di voto reali. Per vincere alle urne, però, bisogna mobilitare gli elettori di centrodestra. Il fondatore di Spin Factor, società leader nella consulenza politica e istituzionale a livello nazionale, indica l’unica soluzione possibile: la discesa in campo di Giorgia Meloni.
Nelle intenzioni di voto il Sì è avanti, ma sui social domina il No. Come si spiega?
«È la differenza tra consenso e rumore. Le intenzioni di voto fotografano un orientamento spesso silenzioso. I social amplificano più che altro l’indignazione e il conflitto. Oggi l’energia emotiva in Rete è cavalcata da chi sta trasformando il referendum in una sorta di regolamento di conti politico. Like e interazioni non sono voti, è vero però che creano un mood che può influenzare chi non ha ancora una posizione o non ha deciso se andare a votare».
Il fronte del Sì deve smettere con i tecnicismi e scendere sul terreno politico?
«Bisogna dare atto ai sostenitori del Sì, a partire dai vari Comitati, di aver animato fin qui una campagna che è rimasta ancorata al merito della questione. Il problema è che il tema del referendum focalizza l’attenzione del mondo giudiziario e politico, di una parte di militanti e simpatizzanti dei partiti, e di chi ha avuto un’esperienza, positiva o negativa, con la giustizia. È difficile creare coinvolgimento in altre fasce della popolazione. E così una parte del fronte del No ha capito che caricare questo referendum di altri significati fosse l’unico modo per provare a recuperare consenso. Da quel momento, una porzione di opinion leader che si oppongono alla riforma sta andando sistematicamente fuori traccia: chiede un voto contro il governo, contro la casta, addirittura contro la mafia. Ma, come direbbe Antonio Di Pietro, “che c’azzecca?”. È una torsione pericolosa che può portare a uno scontro tra poteri dello Stato mai visto nella storia della Repubblica. E non è un bene per la nostra democrazia».
Nei prossimi giorni Giorgia Meloni intensificherà la campagna. Cosa dobbiamo aspettarci?
«Intanto alcuni dati di contesto: rispetto a 30 giorni fa, il distacco nelle intenzioni di voto tra Sì – che resta comunque avanti – e No è diminuito, da due settimane a questa parte il quadro si è stabilizzato e negli ultimi tre giorni, anche in seguito ad alcune prese di posizione del presidente del Consiglio, il Sì sembra aver ripreso forza. Il fronte del No può contare su molti testimonial: sui social i più citati in relazione al referendum sono Nicola Gratteri, Alessandro Barbero e Marco Travaglio. I creatori di contenuti che generano maggiori interazioni sono Alessandro Di Battista e Giovanni Storti. Sul versante del Sì l’unica a poter serrare le fila e provare a portare alle urne quanti più elettori possibili della coalizione del centrodestra è proprio Giorgia Meloni. La sua discesa in campo è fondamentale per il campo del Sì. Che però continuerà ad avere difficoltà a recuperare consensi extra politici rispetto al No».
Una campagna martellante non rischia di allontanare i moderati di centrosinistra pronti a votare Sì?
«Il vero problema è la radicalizzazione del No. C’è un elettorato riformista che valuta nel merito. Se sente solo urla e demonizzazioni, si ritrae. E, a onor del vero, politicamente il Sì è sostenuto, oltre che dal centrodestra compatto, anche dalle forze centriste e dalle aree riformiste e moderate del centrosinistra. La campagna aggressiva e fuori tema del No può agganciare chi di solito non si interessa al dibattito politico, ma rischia intanto di perdere una fascia dell’elettorato meno radicale del campo largo».
Il Presidente Mattarella ha invitato ad abbassare i toni, ma il clima resta avvelenato…
«Sergio Mattarella ha fatto un richiamo serio e doveroso. Quando una riforma viene raccontata come un attacco sistemico a un altro potere dello Stato, si costruisce una narrazione da scontro istituzionale. È questo il punto critico: non il dissenso, ma la delegittimazione. E quando il confronto si sposta dalle regole alle paure, la democrazia non si rafforza. Si logora».
Chi vota Sì è stato accostato a CasaPound o a presunti ambienti opachi. Come reagiscono gli italiani?
«Non interessa a nessuno, neppure al compagno Folagra di fantozziana memoria. D’altra parte, si potrebbe facilmente controbattere che chi sostiene il No è in linea con il fascismo che in Italia introdusse l’unificazione delle carriere nella magistratura. Sono scorciatoie emotive che possono produrre effetti opposti, rafforzando l’idea che sul merito mancano argomenti. Se ci si sforzasse di restare tutti sul tema, spiegando in maniera semplice e onesta le proprie argomentazioni, gioverebbe a tutti».
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