Il direttore di questo giornale ha sollecitato Giorgia Meloni a non farsi condizionare dai precedenti negativi di Berlusconi (2006) e soprattutto di Renzi (2016), e a scendere in campo aperto per il Sì nella battaglia per il referendum del 22 e 23 marzo. La sollecitazione va fatta anche a Fratelli d’Italia.

Il partito della presidente del Consiglio, infatti, ha la doppia responsabilità di essere la prima forza politica del Paese e il partito-guida della coalizione di governo, la quale ha ricevuto dal corpo elettorale il mandato a fare la riforma Nordio, poi approvata dal Parlamento e adesso sottoposta al voto dei cittadini. Ma di questa funzione, ad oggi, la destra sembra scansare la piena consapevolezza. Certo, l’attesa tattica e la prudenza del capo dell’esecutivo ne frenano l’iniziativa referendaria; ma con una leader-premier così assorbita dal ruolo internazionale, la sua classe dirigente deve avvertire il dovere di assumersi le proprie responsabilità, al di là della postura tenue ribadita dalla direzione del partito.

È vero: il ceto politico di FdI ha sofferto la critica scontata di inadeguatezza lanciata dagli avversari e talvolta lo snobismo di qualche intellettuale vicino alla destra. Ma il referendum sulla giustizia scriverà una pagina significativa della nostra storia nazionale, e può essere l’occasione per affermarsi definitivamente come classe politica all’altezza dei compiti a cui è chiamata. Il vertice di Fratelli d’Italia, ancora nuovo alla mission di partito del primo ministro, è stato essiccato di molti quadri destinati a incarichi di governo; ma dopo una fase di rodaggio, segnata da gaffe ed errori, sta dimostrando di aver fatto strada. La maggiore risorsa che la membership meloniana oggi possiede è l’organizzazione: un capitale umano e associativo – loro dicono “comunitario”, con un lessico di qualche ingenuità – che la sinistra post-comunista ha ormai smarrito e che l’impianto volatile del M5S non ha mai avuto. La destra invece lo esibisce in modo visibile durante la festa annuale di Atreju: una forza di braccia e di cervelli che nel tempo ha costruito l’evento più atteso e attrattivo del calendario politico, messo a disposizione di tutte le rappresentanze del Paese, inclusi l’opposizione e il sindacato; un impegno notevole – quest’anno alla kermesse è stata ospitata anche l’Associazione nazionale magistrati, con Cesare Parodi e Silvia Albano – che è segno di qualità e di capacità democratiche, praticate e vissute.

Questo “esercito” è in grado di battere, specie sui territori, le truppe scelte ma inesperte dell’Anm e quelle attempate messe a disposizione da Maurizio Landini; ma deve motivarsi di più sui contenuti e sul merito del confronto. Il che accadrà se reagirà al brivido inconfessabile che l’avere contro le magistrature militanti può far correre sulla schiena di una generazione politica giovane, anche se temprata dalle fatiche dell’opposizione e con un album di famiglia che viene da lontano.

Per la mobilitazione di tutto il centrodestra occorre per questo che si abbassi la visiera l’inquilina di Palazzo Chigi. Ma è pure necessario che il partito di maggioranza relativa – sul quale, nel bene e nel male, ricadranno maggiormente i risultati del referendum – comprenda fino in fondo la posta in gioco di questa battaglia. Che non è poter smentire l’idea originale di D’Alema di una destra “forcaiola” che si traveste da garantista: è quella, più alta e nobile, dei diritti di difesa e di libertà degli italiani.

Carmelo Briguglio

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