In un referendum, così come in tutte le consultazioni popolari, è il popolo sovrano che decide. Tutte le opinioni sono legittime, ed è naturale che i sostenitori di una tesi la difendano, criticando quella opposta. La verità assoluta non esiste. Quando, però, per sostenere una tesi si è costretti a ricorrere non a delle argomentazioni, ma a delle plateali bugie, vuol dire che si è davvero a corto di argomenti.

È il caso di una ricorrente accusa di alcuni esponenti del fronte del No, secondo cui l’esito dell’approvazione della riforma della giustizia porterebbe a una sottoposizione della magistratura alla politica. Non c’è una sola virgola, nella riforma, che lasci pensare a qualcosa del genere. Con la stessa logica, si potrebbe dire che la vittoria del No porterebbe al ripristino della tortura e della ghigliottina. È vero, invece, l’esatto contrario, dal momento che, chi davvero volesse evitare la politicizzazione della magistratura, dovrebbe avere tutto l’interesse a sottrarre la composizione e il funzionamento del Csm dall’influenza di associazioni private, quali le correnti dei magistrati, che dovrebbero svolgere esclusivamente una funzione culturale, senza incidere sulla composizione e il funzionamento di organi costituzionali.

I componenti del Csm, com’è noto, sono eletti in base alla designazione delle correnti, ed è pressoché impossibile per un magistrato non affiliato a nessuna di esse (ce ne sono molti, spesso di alto valore) entrare a far parte dell’organo di autogoverno della magistratura, così come è evidente che le carriere dei magistrati sono determinate dalle scelte e dagli equilibri tra le varie correnti presenti nel Csm, e la mancata affiliazione a una di esse (o l’affiliazione a una corrente di minoranza) rende la carriera più difficile. E che le correnti svolgano anche (o soprattutto) un ruolo politico è palese: basti guardare alle numerose occasioni in cui queste associazioni prendono pubbliche posizioni politiche (tra l’altro, spesso in modo fazioso e sbilanciato, per esempio in occasione della crisi mediorientale) su argomenti che dovrebbero esulare completamente dalla funzione giurisdizionale. Nessuno vuole sciogliere o criminalizzare le correnti dei magistrati, ma riportarle alla loro funzione di elaborazione culturale, diminuendone la funzione politica: farebbe molto bene all’indipendenza, all’autonomia e all’autorevolezza della magistratura.

Perciò, chi veramente desideri una magistratura sottratta all’influenza della politica, dovrebbe sostenere la riforma, che è stata concepita proprio con questo scopo, oltre che per portare a compimento il disegno del giusto processo introdotto dall’art. 111 della Costituzione e per allineare il sistema giudiziario italiano a quello di tutte le più avanzate democrazie del mondo (quali Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone, Australia, Spagna, Svezia, Francia, Norvegia, Paesi Bassi e altre; non c’è separazione di carriere, invece, in Russia, Iran, Cina, Venezuela, Turchia, Corea del Nord, Bielorussia, Cuba, Vietnam e altri Paesi del genere).

Ho accettato con orgoglio e responsabilità, perciò, la proposta di assumere la presidenza di un Comitato per il Sì, fondato lo scorso 13 gennaio (su iniziativa dell’illustre avvocato napoletano Pier Giacinto Di Fiore), intitolato al Barone di Montesquieu, che unisce avvocati, giuristi e cittadini della Campania, di ogni orientamento politico, che hanno a cuore l’ideale della giustizia, soprattutto a difesa dei diritti dei più deboli. Quando la giustizia manca, o è asservita ai potenti, sono Renzo e Lucia a soffrirne, non certo Don Rodrigo. La scelta del nome di Montesquieu è indicativa dei nostri punti di riferimento civili, giuridici e morali. Tra i quali, accanto all’autore de L’esprit des lois, mettiamo tanti altri Spiriti Magni, quali Sofocle, Giustiniano, Dante, Locke, Filangieri, Jefferson, Pagano, Beccaria. E anche l’ignoto mugnaio di Potsdam che, non accettando di piegarsi alla prepotenza di un nobile che voleva sottrargli con la forza il suo mulino, gli rispose con fierezza: “Es gibt noch Richter in Berlin”. C’è un giudice a Berlino.