Su “La Settimana Enigmistica” c’è da sempre un gioco assai popolare: “Trova le differenze”. Due vignette apparentemente del tutto uguali, differiscono per una decina di piccoli particolari, che solo la pazienza e la scrupolosa attenzione visiva riescono a individuare. Su uno dei prossimi numeri potrebbe essere pubblicata una nuova versione: da confrontare non più due vignette, ma due testi scritti. Da una parte il quesito referendario “licenziato” dal Consiglio dei ministri circa un mese fa, per incardinare il referendum costituzionale per approvare o respingere la legge sulla divisione delle carriere dei magistrati. Dall’altra parte la formulazione predisposta dal cosiddetto “Comitato dei 15” che ha ritenuto di offrire un testo più chiaro da sottoporre ai cittadini italiani.
La Corte di Cassazione ha approvato il nuovo quesito, e la gran parte della stampa italiana ha salutato la decisione con un sospiro di sollievo; finalmente una domanda referendaria più chiara: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’?”. Questo il quesito che sarà stampato sulla scheda. Volete mettere con quell’altro? “Approvate il testo della legge costituzionale concernente ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”.
Come? Era più facile quello di prima? Forse, ma impreciso, inadeguato alla consapevolezza giuridica dei cittadini. Perbacco. Ognuna delle 83 volte che gli italiani sono stati chiamati a votare per un referendum – da quello istituzionale del 1946, agli ultimi sulla legislazione del lavoro del giugno scorso – hanno attentamente compulsato la domanda apposta sulla scheda, prima di dire Sì o No. Hanno studiato a casa sui tomi della legislazione repubblicana, recuperando articoli e commi, confrontando le modifiche suggerite, e visto che in cabina elettorale non si può portare lo smartphone, si sono fatti un bigino cartaceo per l’ultimo ripasso prima della risposta.
Popolo di poeti, santi, navigatori e legulei. Ora, leggendo il nuovo testo della domanda può essere ammesso qualche sorriso; che tuttavia sarebbe improvvido. Risibile nei fatti, la questione non è priva di spessore politico. Di fatto è stato un primo successo del “fronte del No”, dato in svantaggio nei sondaggi. I 15 giuristi che hanno promosso la revisione della domanda, raccogliendo poco più di mezzo milione di firme, sono tutti arruolati nella parte che contrasta l’approvazione della riforma costituzionale. In questi giorni hanno catalizzato l’attenzione, ottimizzando il sostegno della Cassazione, insinuando il dubbio che il “fronte del Sì” abbia giocato su qualcosa che fosse dotato di scarsa trasparenza.
Come visto, le domande a confronto sono quasi una fotocopia. Eppure, la “vulgata” dei “no-maker” è pronta a scattare: quei cattivoni del governo volevano turlupinare gli italiani con una domanda scorretta. Senza riscriverle, sarebbe il caso di farne un ripasso. E se qualcuno osasse dire che la nuova formulazione è “più chiara” dovrebbe essere trasferito con urgenza in un pronto soccorso oftalmico.
Dal canto suo, il “Comitato del Sì” non dovrebbe sottovalutare questo passaggio, che ha segnato un punto nel pallottoliere di chi non vuol cambiare alcunché nell’organizzazione della giustizia in Italia. Solo scaramucce giuridiche? Forse no. Forse sì. Ma certamente tutto serve ad alimentare uno scontro sulle “forme”, visto che la sostanza è difficilmente contendibile, e farebbe dire semplicemente “Sì”. Troppo semplice. Ma in Italia arrivano sempre i “pasdaran” della trasparenza a complicare e offuscare tutto.
