Referendum giustizia, la sinistra che vota Sì difende la propria storia. Riformisti allo scoperto per separare le carriere

CERIMONIA DI INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2024, TOGA, TOGHE , MAGISTRATO, MAGISTRATI

A Firenze prendono parola i riformisti che rifiutano l’alibi della paura di esporsi e decidono di misurarsi con la realtà, che impone il Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Un centrosinistra che non scambia la difesa dello status quo per garantismo e che non confonde l’autonomia della magistratura con l’irresponsabilità dei suoi assetti di potere. Il Pd – ormai piegato al giustizialismo del Movimento 5 Stelle – dirà No. Ma alle urne saranno molti i progressisti che sosterranno la riforma. E non perché sedotti dalla destra, ma perché fedeli a una storia che ormai la sinistra ha cancellato. Il convegno promosso da Libertà Eguale, La sinistra che vota Sì, testimonia che la coerenza culturale non può essere sacrificata sull’altare delle contrapposizioni politiche.

La necessità di separare le carriere non spunta improvvisamente oggi e non viene concepita contro qualcuno. Nasce con il codice accusatorio, quando l’Italia decide di archiviare il processo inquisitorio e di assumere fino in fondo l’idea del contraddittorio tra parti in condizioni di parità davanti a un giudice davvero terzo. All’epoca non era un’eresia: era una conseguenza logica. A dirlo erano costituzionalisti, settori larghi del centrosinistra, socialisti, cattolici democratici. Poi la politica ha perso il coraggio di completare quella scelta. Da allora sono passati circa 30 anni. Nel frattempo c’è stato di tutto: lo scontro frontale tra politica e procure, il giustizialismo come surrogato morale, le correnti come sistema di potere, il Csm travolto dalle polemiche.

Il Sì dei riformisti non va interpretato come una fascinazione autoritaria: è la consapevolezza che senza responsabilità non c’è autonomia, e che senza terzietà reale non c’è giusto processo. Parlare di «controllo del governo» o di «super Pm» è una strategia comunicativa per non entrare nel merito. Il testo non dice questo. Dice altro: separa funzioni, mette fine alle interferenze sulle carriere, spazza via il sistema delle correnti, rende coerente l’impianto accusatorio che già abbiamo.

Enrico Morando, presidente di Libertà Eguale, denuncia al Riformista il tentativo di larga parte delle forze di maggioranza e dell’opposizione: «Travolgere il merito del referendum sotto una valanga di “no ai pieni poteri” e di freudiane allusioni a loschi interessi di parte: “La separazione servirà anche all’opposizione”». Ma – aggiunge – «noi della sinistra che vota Sì non ci rassegniamo»: quando sono state concepite e proposte le riforme (dal rito accusatorio al giusto processo in Costituzione) che costituiscono la premessa logica e politica della separazione, «abbiamo pensato esclusivamente agli interessi dei cittadini». «A quelli vogliamo continuare testardamente a riferirci, fiduciosi nella loro capacità di comprendere la realtà della posta in gioco», conclude.

Stefano Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale ed ex deputato del Pd, spiega che l’iniziativa è stata promossa per ribadire due fondamentali coordinate: «La prima è che l’associazione si considera parte del centrosinistra, che sostiene in tutti i tipi di elezione rappresentativa. La seconda è che in 25 anni di storia sostiene alcuni precisi punti programmatici, tra cui la separazione delle carriere. Ha già sostenuto i due referendum abrogativi sulla materia e ora sostiene quello costituzionale, senza che questo significhi appoggio al governo». Il voto referendario, infatti, non può essere scambiato per un’elezione politica né per una conta nel centrosinistra: «Invitiamo a votare Sì nel merito anche gli elettori che si riconoscono in Schlein, nel M5S e in Avs».

Augusto Barbera, già Presidente della Corte Costituzionale, ribadisce che il referendum non è un voto pro o contro Meloni: «Ci saranno altre occasioni per poter giudicare il governo, che sono le elezioni politiche. È una riforma liberale che per la sorte della storia è stata portata avanti, nell’ultimo tratto, da forze politiche che si richiamano a legge e ordine, ma i cui temi invece appartengono a un patrimonio della sinistra e del centrosinistra». E cita un nobile precedente: «Nel 1974 molti cattolici votarono per l’introduzione del divorzio, nonostante l’indirizzo della Dc. I cattolici del No hanno contribuito a un passaggio di civiltà del nostro ordinamento, ponendosi in una posizione diversa».

La dem Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ricorda che la stagione delle riforme del processo penale non nasce a destra: «È stata una battaglia culturale e politica della sinistra riformista da sempre. Non dobbiamo lasciare alle destre la bandiera delle garanzie e delle riforme. È stato un errore farlo in passato, e oggi ne paghiamo le conseguenze, perché senza giustizia credibile non c’è coesione sociale e non c’è democrazia solida». Il confronto, tra l’altro, è un banco di prova per la sinistra, «se vuole tornare ad essere una forza di governo, capace di difendere i diritti e, insieme, di cambiare davvero le istituzioni senza paura e senza ipocrisie».

Per il costituzionalista Carlo Fusaro, già deputato del Partito Repubblicano e professore ordinario di Diritto pubblico comparato, sarebbe stato meglio evitare il referendum: «È difficile spiegare la necessità di separare le carriere di giudici e Pm, per garantire che chi giudica non abbia nulla a che vedere con chi accusa. Non è una riforma della giustizia, ma dell’ordinamento. Invece il referendum induce al voto per schieramenti». La vera svolta, comunque, sarà il sorteggio: non un’invenzione del ministro Carlo Nordio, ma una proposta di quei magistrati stanchi dell’invadenza delle correnti. Ed è proprio questo il cuore dell’opposizione dell’Anm: «Teme che il sorteggio renda i membri togati indipendenti. Chi per farsi eleggere chiede voti non può essere autonomo: per quella responsabilità politica che i fautori del No invocano ma è bene non ci sia. Il Csm deve amministrare le carriere, non rappresentare i magistrati».

Anna Paola Concia, con un passato da parlamentare del Partito democratico, ha iniziato le sue battaglie garantiste nel 1992, nel pieno della stagione Mani Pulite. Mentre a destra come a sinistra si lanciavano monetine e si esibivano cappi in Parlamento, insieme ad altri – già all’epoca – si interrogava sul ruolo della giustizia in Italia: «Sono favorevole alla separazione delle carriere e a un processo più equo da almeno trent’anni, coerentemente con la mia storia». I referendum costituzionali sono occasioni di democrazia diretta, per cui bisognerebbe votare nel merito dei quesiti: «Non esiste “disciplina” di partito o di area, e la cosa più inaccettabile è che chi come me e tanti altri a sinistra ha deciso di votare Sì, venga tacciato di essere di destra. I Sant’Uffizi della sinistra si devono dare una calmata».

Anche per Claudia Mancina, già esponente del Pci e del Pds, è un errore ridurre il referendum a uno scontro politico tra maggioranza e opposizione: «Sulle riforme costituzionali dovrebbe esserci una collaborazione, come ha ricordato il Presidente Mattarella. Ma tant’è, questo è lo stato del nostro spirito pubblico». E tiene a precisare che i riformisti riuniti a Firenze non sono dei profughi della sinistra: «Al contrario, ripropongono un filone favorevole a questa riforma che ha una storia precisa nella sinistra. A partire dal nuovo Codice Vassalli, che introdusse il rito accusatorio, la separazione appariva necessaria e inevitabile. Ancor più dopo la riforma dell’articolo 111 sul giusto processo, che definisce la terzietà del giudice». Questioni importanti per i cittadini e per il sistema istituzionale, «che non possono essere decise in base a meri posizionamenti politici o disciplina di partito». Da qui la bordata finale: «Non è accettabile quella sorta di feticismo costituzionale (ogni riferimento a Landini è del tutto intenzionale) che rifiuta ogni proposta di modifica come un attacco alla Costituzione. Si torna così a prima di Occhetto, che già nel 1987 aveva aperto alla necessità delle riforme istituzionali».

Esigenza ribadita anche da Claudio Petruccioli, già deputato e dirigente del Partito comunista italiano. Bisogna difendere l’istituto del referendum dal rischio che diventi sempre un’occasione di rissa tra tifoserie estreme. Non va sottovalutata quell’area di persone propense nel merito a votare Sì, ma restie a dare un voto che risulti un sostegno a Giorgia Meloni: «Non è certo un caso se la propaganda dei sostenitori del No è tutta tesa a spostare sul terreno politico il significato della scelta. Noi, dopo aver pazientemente proposto e riproposto le ottime ragioni per un Sì nel merito, non possiamo però restare muti di fronte a chi manifesta questa incertezza. Dobbiamo dire senza alcuna timidezza che, qualora si voglia adottare una logica tutta e solo politica, da come si sono disposte le forze in campo, se il Sì può essere letto come “sostegno alla Meloni”, il No sarà sostegno a una sinistra organizzata intorno all’asse dominante Landini-Conte. Con le conseguenze che ciascuno può valutare».