Referendum giustizia, non una sfida ai giudici ma una garanzia per i cittadini

La riforma della giustizia e, in particolare, la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante vengono spesso presentate come una battaglia ideologica, un attacco politico all’indipendenza dei giudici o, peggio, un primo passo per sottoporre il Pubblico Ministero al controllo del governo. È una lettura sbagliata. La legge sulla separazione delle carriere non riguarda la forza o la debolezza della magistratura, ma la qualità delle garanzie offerte ai cittadini in uno Stato di diritto, e rende il PM ancora più indipendente di quanto non lo sia oggi.

Il punto di partenza è un dato di fatto, non un’opinione. Negli ultimi anni è emerso in modo inequivocabile che l’attuale assetto dell’autogoverno della magistratura ha mostrato criticità strutturali. Il caso Palamara non è stato un incidente individuale, ma la manifestazione di un sistema nel quale le correnti hanno esercitato un’influenza abnorme sulle carriere, sugli incarichi direttivi, sulle nomine. Le indagini e i procedimenti disciplinari non hanno prodotto condanne generalizzate, ma hanno certificato qualcosa di altrettanto grave: l’esistenza di un circuito di potere interno capace di orientare decisioni che dovrebbero essere fondate esclusivamente su merito e imparzialità.

In questo quadro, la separazione delle carriere assume la forma di una misura di prevenzione costituzionale. Pubblico ministero e giudice svolgono funzioni profondamente diverse. Il primo esercita l’azione penale, costruisce l’accusa, interagisce con la polizia giudiziaria; il secondo è chiamato a valutare quella stessa accusa con terzietà e distacco assoluti. Tenere queste due funzioni all’interno di un unico percorso professionale, con un unico sistema di avanzamento e un unico organo di governo e di autodisciplina, espone inevitabilmente il sistema a cortocircuiti culturali e organizzativi. Non è un caso che in quasi tutte le democrazie occidentali la distinzione sia netta. L’indipendenza della magistratura coincide con regole chiare, trasparenti e tali da evitare concentrazioni di potere.

Separare le carriere significa rendere più credibile il giudice agli occhi del cittadino e, allo stesso tempo, rendere il pubblico ministero più chiaramente responsabile della sua funzione. Non significa creare una magistratura “più debole”, ma una magistratura più leggibile, più controllabile nelle sue dinamiche interne, meno esposta a logiche correntizie, e i due rami dipendenti da due organi di autocontrollo differenti. Il referendum offre un’occasione rara: intervenire sulle regole prima che nuove degenerazioni si producano. Non si tratta di delegittimare un potere dello Stato, ma di rafforzarlo, sottraendolo a opacità che nulla hanno a che vedere con l’amministrazione della giustizia. Ignorare ciò che è già accaduto non è prudenza istituzionale. È rimozione. E quando la rimozione riguarda uno dei pilastri dello Stato di diritto, il rischio non è teorico: è concreto e riguarda ognuno di noi. Per questo, al referendum, le ragioni del Sì non sono contro qualcuno. Sono a favore di tutti.