Referendum giustizia, un libro per capire il Sì: l’instant book che spiega perché questa riforma costituzionale va difesa e votata

Questo di oggi è un numero atipico. I lettori, infatti, in luogo dei consueti articoli e conversazioni troveranno in PQM… un libro. Più esattamente (grazie alla gentile concessione dell’editore Liberilibri) l’anticipazione di contenuti del volumetto che ha appena visto la luce, da noi dedicato all’imminente referendum. Il dibattito sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario è apparso subito segnato da anomalie e distorsioni. La prima anomalia è quella che vede, come principale protagonista di un vero e proprio scontro politico, la magistratura, attraverso la propria organizzazione sindacale.

In realtà, si tratta di un esito coerente con la storia tutta e solo italiana, ove da almeno trent’anni ANM agisce quale player politico a tutto tondo: impensabile che ciò non dovesse replicarsi in questa occasione referendaria, che per i suoi contenuti mette in discussione proprio la straordinaria forza di condizionamento politico che questa associazione privata esercita, ahinoi indisturbata, su un organo di rilievo costituzionale quale il CSM. Resta invece stupefacente la determinazione con la quale ANM ha inteso orientare lo scontro – ed è la seconda, grave anomalia – intorno a parole d’ordine mistificatorie del contenuto della riforma stessa. Non può qualificarsi diversamente una campagna per intero costruita sulla pertinace rappresentazione della riforma come ideata e strutturata per sottoporre il Pubblico Ministero, ed infine addirittura “il giudice”, al potere politico, indistintamente individuato ora nel Governo, ora nel Parlamento.

Nasce da questa amara constatazione l’esigenza di un instant book, in cui raccontare, nel modo auspicabilmente più comprensibile anche ai “profani”, i contenuti reali della riforma. Attenzione, non millantiamo alcuna pretesa di equidistanza tra il Sì ed il No: siamo avvocati e docenti universitari, che pur di multiforme e spesso opposta formazione politica, sosteniamo convintamente la riforma, i cui principi fondativi ciascuno di noi afferma da molti lustri. Ma le opinioni ed i punti di vista sono una cosa, l’informazione sul contenuto oggettivo della riforma è tutt’altra. Esiste un limite invalicabile, che è il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati, almeno per l’essenziale, su quale sia l’oggetto effettivo del voto. Un diritto a cui corrisponderebbe il dovere, soprattutto da parte di tecnici quali sono i magistrati – per definizione tenuti ad ispirarsi a criteri di obiettività e verità – di non alterare il contenuto testuale della riforma in votazione.

L’intento che ha sorretto l’iniziativa editoriale è quello di far conoscere, a chi non frequenta il processo penale e i palazzi in cui questo si celebra, dove e come origini il convinto Sì degli avvocati penalisti. Essi non sono un “potere” in potenziale tensione con altri poteri dello Stato. Non nutrono aspirazioni egemoniche, come quelle che certamente serpeggiano – non da oggi – tra alcuni rappresentanti della politica ma anche tra le file della magistratura organizzata. Gli avvocati penalisti sono ben coscienti che, senza una magistratura autonoma e indipendente, anche il proprio ruolo e la propria funzione, già costituzionalmente scolpiti nell’art. 24 (diritto di difesa), si scolorano fino ad annullarsi.

Ma proprio per questo si battono da anni affinché il singolo magistrato possa finalmente sentirsi libero da ogni condizionamento, a partire da quella che è stata definita da un illustre pubblico ministero la «cappa soffocante» di un autogoverno ormai degenerato e che ha assunto connotati deformi rispetto a quelli immaginati da chi, nel 1947, lo concepì nobilmente. Oggi l’autogoverno, prosegue la diagnosi di quel pubblico ministero, «appare come il vero nemico dell’indipendenza». Votare Sì, allora, può rigenerare quell’indipendenza, fuori dal processo e dentro al processo, garantendo ai cittadini un giudice davvero terzo e capace di non assecondare, quando sia giusto, la pretesa punitiva dei rappresentanti delle Procure.