Giustizia
Referendum magistratura, così il garantismo torna identitario. Le voci del Sì per la riforma nata a sinistra
No, non è una battaglia del centrodestra, quella del Referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. È, più semplicemente, la battaglia che una sinistra di governo, garantista e responsabile, avrebbe sottoscritto in blocco se ancora avesse una struttura, un pensiero, un centro di gravità riformista. Ma quella sinistra non c’è più, sostituita da un fronte che oscilla tra retoriche identitarie e un riflesso condizionato anti-governo che finisce per cancellare trent’anni di storia garantista. Poco male: nel frattempo, altri cento riformisti hanno sottoscritto l’appello per il Sì lanciato dal nostro giornale. La mappa del riformismo italiano, quella reale e non quella immaginaria, si sta ridisegnando attorno a questo referendum.
Tra i firmatari c’è Alessio D’Amato, candidato del centrosinistra nel 2023 alla guida della Regione Lazio: «Non è un voto pro o contro il governo. È un voto per garantire appieno la terzietà dei giudici, battaglia dei riformisti da Vassalli in poi. Chi vuole cambiare vota sì». C’è poi Giorgio Tonini, che parla la lingua della Costituzione e della coerenza istituzionale: «La vittoria del No retroagirebbe negativamente sul nuovo articolo 111, bloccando ancora una volta l’evoluzione democratica del nostro sistema giudiziario. Sarebbe un arretramento pesante, che congelerebbe per anni il percorso verso un processo davvero accusatorio, razionale e fondato sulla separazione delle funzioni. Il principio del giudice terzo è la stella polare, non un’opzione». Nel suo argomento c’è una verità semplice: non si può predicare il “giusto processo” costituzionale del 1999 e poi ignorarne la conseguenza logica, la separazione delle carriere.
Aderisce anche Roberto Giuliano, presidente dell’associazione Garofano Rosso, con una posizione netta: «Voto Sì perché credo nella terzietà del giudice, perché questa riforma libera i magistrati dalla greppia delle correnti per poter fare carriera». E ancora: firma convintamente Bobo Craxi, già alla Farnesina, figura storica del socialismo riformista, Sottosegretario agli Esteri nel secondo governo Prodi. Al Riformista dichiara: «Per rendere la giustizia italiana al passo con le democrazie europee più avanzate, per applicare coerentemente la Costituzione riformata nel 1999 e il Codice riformato nel 1989, per chiudere definitivamente con la parentesi reazionaria che pretese la carriera unica dei magistrati. E perché questa è un frammento di una riforma socialista, radicale, liberale e repubblicana che non può essere lasciata in mano ai conservatori di destra e sinistra che la sostengono o la avversano».
Tra gli altri firmatari: l’ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio, passato dal Pci ai Democratici, e Gianni Pittella, già europarlamentare dei Socialisti & Democratici: «Il mio sì è nel merito: sono nauseato dalla politicizzazione che si fa su questo quesito. È un contenuto tecnico, chiaro, sul quale il cittadino deve esprimersi liberamente». Firmano l’appello anche il giornalista Massimiliano Coccia, il professor Alessandro Sterpa e l’economista Michele Salvati, padre dell’idea originaria del Partito Democratico. A questo elenco, già significativo, si aggiungono voci che appartengono alla tradizione storica della sinistra riformista. Anna Maria Bucciarelli, dirigente del Pci e poi senatrice del Pds, Progressisti e Ulivo, offre una delle letture più nette: «Dopo Vassalli, la separazione delle carriere era la strada maestra per arrivare a un processo accusatorio. Ci vollero dieci anni per riscrivere l’articolo 111. Da allora il lavoro è rimasto incompiuto. Molte responsabilità sono del centrodestra, ma il centrosinistra non può chiamarsi fuori. Io dico mille volte Sì».
Una voce che ricorda come l’evoluzione del processo penale sia nata a sinistra, e non nelle attuali opposizioni, che oggi sembrano avere smarrito la memoria della loro stessa storia. Molto più articolata è la testimonianza di Fabrizia Cusani, architetto, editore, già dirigente socialista, figura che ha attraversato decenni di impegno civile, culturale e politico. Dalla pianificazione urbana ai progetti editoriali, dalle battaglie laiche alle iniziative per l’innovazione amministrativa, Cusani appartiene a quella generazione che ha interiorizzato il garantismo come cultura della democrazia. «Se dovessi entrare in un tribunale – afferma – vorrei guardare il giudice negli occhi e sapere che decide solo lui, e non in simbiosi con la tesi dell’accusa. È una questione di libertà personale, di fiducia nello Stato. Per questo voto Sì».
Le sue parole riportano al centro una verità fondamentale: le garanzie non sono un privilegio dei colpevoli, ma un presidio dei cittadini onesti. Senza un giudice terzo, nessuno è davvero protetto. Chiude il quadro Agostino Saccà, già direttore di Rai Uno e Rai Fiction: «Voto Sì, naturaliter. La necessità di un giudice terzo, affermata dal diritto romano e poi dal costituzionalismo liberale, deve realizzarsi compiutamente anche in Italia. Il confronto referendario è stato alterato dalla politica, ma questa riforma serve ai cittadini, serve a una giustizia migliore».
La fotografia complessiva che emerge da queste adesioni è nitida: il garantismo è tornato a essere un tratto identitario della sinistra riformista, quella che non si riconosce nel fronte del No guidato da una parte della magistratura associata e da un’opposizione che ha scelto la bandiera dell’antimelonianesimo come unico criterio politico. Una parte della sinistra sta infatti combattendo una battaglia che non le appartiene, opponendosi a un principio – la separazione delle carriere – che proprio la sua storia aveva contribuito a costruire. Il paradosso è evidente: mentre il fronte del No parla di rischio autoritario, perfino evocando fantasmi e allarmi che nulla hanno a che vedere con la riforma, il fronte del Sì chiede semplicemente di completare il percorso del giusto processo, quello scritto nella Costituzione con la riforma del 1999 e mai davvero attuato.
Le testimonianze raccolte in queste ore parlano una lingua comune: terzietà, coerenza costituzionale, responsabilità istituzionale, trasparenza. Parole che il dibattito pubblico sembra aver dimenticato, sacrificato in una campagna elettorale permanente dove ciò che conta non è il merito, ma l’antagonismo. Il Sì, invece, richiama l’Italia a un dovere: fare la riforma che serve ai cittadini, non quella che serve agli schieramenti.
E se oggi sono i riformisti di sinistra a ricordarlo, significa che il Paese – almeno quello che ancora conserva memoria delle proprie radici liberali – non ha smesso di respirare. Le firme continuano ad arrivare. Le ragioni sono solide. E la scelta, questa volta, appare più chiara che mai.
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