-21 giorni al voto
Referendum magistratura, i “No” dell’Anm per tutelare la casta e opporsi al cambiamento
Dopo lo slancio di queste ultime settimane in cui il Comitato del No ha sfornato più contenuti social che concetti, grazie all’ausilio del miglior cabarettismo sul mercato, i nodi sono venuti al pettine. Su tutti quello più evidente, che pone sotto una luce diversa il fondamento stesso delle ragioni del No. Osserviamo con attenzione le due correnti di pensiero. La prima è semplice, quella dell’Anm, che – senza girarci intorno – si arrovella per difendere i propri interessi, i privilegi conquistati e il proprio ruolo di “casta”. Se non fossimo un Paese dalla memoria corta, basterebbe ricordare tutto ciò a cui si è opposta l’Anm per scegliere di porsi in direzione opposta. Si è opposta a ogni riforma che in Italia ha tentato di riportare il sistema giuridico entro i canoni di un sistema liberale e garantista, in linea con il dettato della nostra Costituzione, e persino a ogni efficientamento della macchina giudiziaria. Perché fu l’Anm, nel clima rovente degli anni ’90, a opporsi persino alla creazione di quella “superprocura” voluta da Giovanni Falcone, che sarebbe poi divenuta la Direzione Nazionale Antimafia, arrivando a scioperare il 3 dicembre 1991 contro il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Il cortocircuito
Allora come oggi, la motivazione addotta era la stessa di quella contro la riforma Nordio: quella secondo cui il Pubblico ministero finirebbe sotto le dipendenze dell’esecutivo, e come sappiamo bene non è successo allora e non succederà se dovesse essere confermata la riforma dagli elettori. Il sindacato delle toghe si oppose alla riforma Vassalli, al passaggio dal processo da inquisitorio ad accusatorio, all’introduzione della responsabilità civile per i danni causati dai magistrati, e non esultò per la riforma dell’art.111 della Costituzione del novembre 1999 dove venne esplicitata la necessaria condizione di parità tra accusa e difesa e della terzietà del magistrato che giudica. Come chiamare questo atteggiamento se non autoconservativo per tutelare la “casta”? La seconda corrente è quella politica, e qui il cortocircuito è totale e a tratti paradossale. Qualcuno si sforza, tenta di argomentare sulla riforma, ma la verità è sotto gli occhi di tutti: chi si oppone lo fa con uno scopo politico ben preciso, che è quello di fare lo sgambetto al governo. E lo fanno tradendo loro stessi e i loro programmi elettorali, ciò su cui hanno chiesto fiducia ai loro elettori. Di questo semmai risponderanno nelle urne. Finita la fiera della comicità utilizzata dal No, ciò che resta è il vuoto degli argomenti, perché non ne hanno. Utilizzano – questo sì – gli slogan per alimentare una narrazione trita e ritrita, e lo fanno sempre per uno scopo cinico e utilitaristico. Non per il Paese, ma per loro stessi.
Rendere l’Italia un Paese normale
L’Anm sa bene che non ci sarà nessun controllo politico del governo, come lo sapeva nel 1991 quando attaccava Falcone e Martelli. Così come la sinistra che si oppone – quella di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni (l’unico che ha ammesso che non bisogna perdersi tanto nel merito della riforma ma guardare la cosa più in generale) – è ben conscia che la Costituzione non è minacciata e che la riforma Nordio tutela lo Stato di diritto, e semmai sta cancellando l’ultimo elemento voluto dal fascismo (loro sono gli antifascisti). Sanno tutti la verità, ma la negano, ciascuno per il proprio interesse di parte a scapito del Paese. Sulla sinistra sorprende un elemento: pur presentandosi sempre come forza del cambiamento, è sempre in prima linea per opporsi quando si presenta l’occasione di cambiare in meglio le cose. Che poi la riforma Nordio punta solo a rendere il nostro un Paese normale…
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