La riforma
Referendum magistratura, parole sempre più drastiche. Meloni entrerà in gioco nel rush finale
Il fronte del No e quello del Sì non se le mandano a dire e, anziché entrare nel merito del referendum sulla riforma della magistratura ormai tracimato nel terreno della politica, alzano i toni fino a trasformare il confronto in un duello verbale “ai limiti dell’eversione”, come è stato definito dopo l’intervista rilasciata dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri.
Le parole di Gratteri
I suoi interventi sono notoriamente ruvidi e privi di diplomazia; tuttavia, questa volta hanno suscitato reazioni particolarmente dure, soprattutto quando ha preso di mira gli elettori calabresi favorevoli al Sì, accomunandoli in blocco e additandoli come espressione della peggior specie: “Indagati, imputati e massoneria deviata”. Vale la pena soffermarsi proprio su quell’aggettivo, “deviata”, termine usato quasi esclusivamente nel lessico politico-giudiziario italiano per qualificare apparati o ambienti ritenuti opachi. Più che una categoria giuridica, esso appare spesso come un’etichetta polemica, una formula suggestiva che rischia di trasformarsi in una cortina fumogena utile a spostare il discorso dal piano dei fatti a quello delle insinuazioni. Le ricostruzioni storiche di molte vicende nazionali dimostrano quanto sia facile, in Italia, sostituire l’analisi con il sospetto.
A lanciare l’allarme sulla piega sempre più aspra della campagna referendaria è stato anche l’ex presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera, figura unanimemente stimata per equilibrio e rigore istituzionale. Il clima, però, non accenna a rasserenarsi. Gratteri ha rincarato la dose criticando il ministro della Giustizia Carlo Nordio, accusandolo di alimentare lo scontro invece di smorzarlo, citando come esempio il rifiuto di stringere la mano al procuratore generale di Napoli Aldo Policastro, gesto giudicato incomprensibile. Nordio resta il membro del governo più esposto nel dibattito e il più determinato a difendere la riforma.
Il nodo politico
Qui sta il nodo politico: agisce su mandato esplicito della presidente del Consiglio o per iniziativa personale? Giorgia Meloni, almeno finora, mantiene un profilo prudente. Nel campo del Sì serpeggia qualche malumore, perché — salvo prese di posizione episodiche — i partiti di maggioranza non sembrano impegnati con la stessa intensità del fronte opposto. Avendo varato una squadra navale potentissima con la solita compagnia di giro, tra cui il vice presidente della CEI, Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Ionio, dichiaratamente, a favore del No. Dal sacro al profano e ci si chiede il perché delle chiese vuote.
L’intervento di Meloni previsto per fine campagna
Da Palazzo Chigi e da via della Scrofa filtra l’idea che la premier possa intervenire direttamente solo nelle ultime settimane di campagna. Intanto lo scontro si alimenta di dichiarazioni sempre più drastiche. In un’intervista al Mattino di Padova, Nordio ha parlato di correnti del Csm come di “una consorteria autoreferenziale che solo il sorteggio può eliminare”, aggiungendo che la maggioranza dei magistrati non è ideologizzata ma che le correnti sarebbero strumenti di potere e carriera. Parole che riecheggiano giudizi severi espressi in passato da figure autorevoli della magistratura: l’ex procuratore antimafia Franco Roberti parlò di “verminaio correntizio”, mentre Nino Di Matteo definì “metodo mafioso” il criterio dell’appartenenza nelle nomine. Ancora prima, Giovanni Falcone aveva denunciato che la crisi dell’associazionismo giudiziario aveva inciso sulla funzionalità delle istituzioni, trasformando le correnti in macchine elettorali per il Consiglio superiore della magistratura.
La proposta di sdoppiare il Csm e introdurre il sorteggio nasce proprio con l’obiettivo dichiarato di ridimensionare il peso delle correnti e dell’Associazione nazionale magistrati, soggetto formalmente privato che decide su nomine e trasferimenti, in modo spartitorio tra le correnti. Se questa architettura riformatrice rappresenti una cura o un rischio per l’equilibrio dei poteri è la vera questione su cui gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi. Tutto il resto — polemiche personali, sospetti, invettive — resta rumore di fondo.
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