Il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo, non riguarda solo gli addetti ai lavori. Tocca il rapporto tra cittadini e potere giudiziario, la fiducia nelle istituzioni e la capacità dello Stato di garantire diritti in modo imparziale. Tra i quesiti, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è il nodo più simbolico e, insieme, il più frainteso. Il cuore della riforma è semplice: chi accusa e chi giudica non devono appartenere allo stesso percorso professionale, né essere governati dallo stesso organo di autogoverno. Non è una sfiducia verso la magistratura, ma l’applicazione coerente del principio del giudice terzo e imparziale, scolpito nell’articolo 111 della Costituzione. In un processo accusatorio, l’unità delle carriere è una contraddizione strutturale, non una garanzia.

Una riforma che completa il processo accusatorio

Il Costituente del 1948 ragionava su un ordinamento giudiziario pensato in epoca pre-repubblicana, in cui pubblico ministero e giudice erano articolazioni di un corpo unitario. Quel modello è entrato in tensione con la riforma del processo penale del 1988, che ha attribuito al PM un ruolo di parte processuale. Da allora, la separazione delle carriere è rimasta il “corollario mancante”. Il referendum colma finalmente quella frattura, senza stravolgere le garanzie costituzionali di indipendenza.

Due CSM per più trasparenza

La creazione di due Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici e uno per i PM, risponde a un’esigenza di chiarezza istituzionale. Oggi carriere diverse sono amministrate dallo stesso organo, con inevitabili interferenze e percezioni di commistione. Separare l’autogoverno significa rendere più leggibili i percorsi professionali e più trasparenti le decisioni su nomine e trasferimenti. Non è un “dividi et impera”, ma un allineamento ai modelli delle democrazie mature.

Il sorteggio come rimedio alle patologie correntizie

Il tema del sorteggio dei componenti dei CSM va letto senza ideologia. Non è una soluzione perfetta, ma una risposta a una patologia conclamata: il peso eccessivo delle correnti associative, esploso con il caso Palamara ma radicato da decenni. I ripetuti tentativi di riforma elettorale interna sono falliti. Il sorteggio, regolato dalla legge di attuazione, mira a ridurre il collateralismo e a restituire centralità alla funzione, non all’appartenenza.

L’Alta Corte disciplinare: una garanzia, non una minaccia

L’istituzione di una Alta Corte disciplinare risponde a un’esigenza avvertita anche nel centrosinistra riformista: separare il giudizio disciplinare dalle dinamiche consiliari. È una tutela per i magistrati corretti e per i cittadini, perché sposta il controllo da un circuito percepito come autoreferenziale a un ambito più tecnico e terzo. Non è punitivismo, ma accountability, principio cardine di ogni Stato di diritto liberale.

I timori del No non reggono al testo

Le due principali obiezioni al Sì – la subordinazione del PM all’esecutivo e la nascita di un “super PM” – sono tra loro contraddittorie e non trovano riscontro nel testo della riforma. Le garanzie di indipendenza restano intatte, così come il ruolo del Presidente della Repubblica. Il vero cambiamento è organizzativo, non politico. Confondere la riforma costituzionale con i problemi di efficienza della giustizia significa spostare il bersaglio.

Un Sì coerente con una tradizione progressista

La separazione delle carriere non è una bandiera di destra. È stata sostenuta, nel tempo, da socialisti, radicali, liberali e da ampie aree del centrosinistra, da Napolitano a Salvi. Votare Sì oggi significa non rinnegare quella storia riformista e non arretrare rispetto a impegni assunti anche recentemente. È una scelta di coerenza e di futuro. Questa riforma non risolve tutti i problemi della giustizia, ma affronta un nodo strutturale: la credibilità dell’imparzialità. In un Paese dove la fiducia nelle istituzioni è fragile, separare carriere e responsabilità significa rafforzare lo Stato di diritto. Per questo, da una prospettiva liberale, europeista e progressista, il Sì non è solo possibile: è necessario.