Storico e politologo, Giovanni Orsina è professore ordinario di Storia contemporanea alla Luiss Guido Carli. Tra i massimi interpreti del sistema politico italiano, ha dedicato la sua ricerca alle dinamiche del populismo e alla trasformazione delle democrazie liberali. Cirielli ha detto che al centrodestra non è arrivato il voto d’opinione.
Ma in un’elezione regionale ha senso affidarsi al voto d’opinione? Se viene mancare quello (e si perde), vuol dire che non c‘è di fondo una proposta locale valida?
«È esattamente così. Ma il quadro ci è noto, è un quadro nel quale il voto d’opinione non c’è più. A malapena si mobilita sulle politiche, ma sulle cosiddette elezioni di secondo livello, europee, regionali, ormai si mobilita molto poco. Infatti abbiamo livelli di astensione altissimi. In una regionale, in una regione del mezzogiorno nella quale c’è un sistema di potere amministrativo consolidato, è chiaro che la partita difficilmente si può giocare sul voto d’opinione. Infine, effettivamente, anche se così fosse, questo vuol dire che l’offerta del centrodestra, nel caso citato in Campania, quegli elettori lì non è riuscita a toccarli. Il voto d’opinione c’è un pochino nelle grandi elezioni, forse nei referendum. In queste elezioni locali ormai tutti i pronostici puntualmente vengono confermati, proprio perché, evidentemente, votano persone che sono già schierate».
Quindi qual è il voto che è mancato al centrodestra? Cosa non ha trovato quell’elettorato?
«Il punto di queste competizioni elettorali è che sempre di più i candidati mirano a raccogliere i voti dentro un elettorato già mobilitato e politicizzato. E hanno in realtà rinunciato a recuperare i delusi e gli astenuti. Questo vuol dire che abbiamo dei risultati abbastanza scontati, nel senso che laddove strutturalmente un polo prevale, la partita si chiude prima ancora di aprirsi. Non per caso abbiamo ormai vittorie con un delta abbastanza importante».
Quindi in Campania e in Puglia il centrodestra è stato penalizzato proprio da questo consolidamento?
«Mi pare che lì ci sia una sorta di maggioranza naturale, a sinistra. Sulla quale si è costruito un sistema amministrativo, un sistema di potere che ovviamente l’ha consolidata. La somma tra queste due cose, cioè una propensione della Regione e comunque una maggioranza naturale di un certo tipo che si abbina a una tradizione amministrativa e quindi alla costruzione di un sistema di potere, fa sì che l’opposizione dovrebbe davvero mobilitare il famoso elettorato di opinione. Che oggi è talmente faticoso e complicato da mobilitare che, infine, non ci prova nessuno».
E il famoso elettorato dei moderati e dei riformisti che aspetta proposte non ideologiche?
«Ma c’è un elettorato dei moderati e riformisti che non sia già schierato o da una parte o dall’altra? Cioè che non sia già l’anima moderata e riformista di sinistra e l’anima moderata e riformista di destra, e quindi non sia già compreso nei due poli? Forse c’è, ma è molto difficile andargli a parlare riuscendo a inserirsi all’interno del gioco bipolare. Torniamo al punto della mobilitazione dei delusi».
Per andare a recuperare un po’ di quell’area, soprattutto a livello regionale, cosa dovrebbe fare il centrodestra?
«Per recuperare quell’area il centrodestra dovrebbe fare quello che sempre si fa in questi casi: lavorare su un tessuto locale, selezionare classe dirigente locale, ricostruire le radici, parlare a quel che resta della società civile, fare un po’ di attività culturale che non guasta mai. Dovrebbe tornare a delle modalità tradizionali di fare politica e ricostruire localmente delle radici intorno a un’opinione pubblica moderata e riformista, dandole delle soluzioni, delle vie d’uscita. Il problema è che tutto questo è estremamente dispendioso».
Sono cose che sono esattamente l’antitesi del voto d’opinione.
«Fino a un certo punto, però. La presenza sul territorio non è necessariamente la costruzione di un sistema di potere. Può anche essere mobilitazione di opinione».
È proprio la costruzione di una presenza sul territorio che crea voto d’opinione?
«Quello che sto dicendo è che bisognerebbe essere sul territorio e interagire col suo tessuto. Portare dei progetti forti ancorati localmente, trasmettendo il senso che il voto possa cambiare la vita quotidiana delle persone. Perché in definitiva l’astensionismo indica che un pezzo importantissimo dell’Italia pensa che tanto, vinca l’uno vinca l’altro, in concreto non cambia nulla».
La destra ha una testa ma senza un corpo politico.
«La destra è riuscita a selezionare a livello nazionale una leadership molto efficace, ma intorno a questa non ha costruito e non sta costruendo una struttura politica che, appunto, passi attraverso la produzione culturale, la selezione e formazione di classe dirigente, l’organizzazione sul territorio. Meloni ha ragione quando dice “quando poi ci sono io, le cose cambiano perché io sono il valore aggiunto”. Soltanto che questo vuol dire fotografare l’esistente, e fotografare per altro un meccanismo perverso, per il quale le risorse politiche si concentrano tutte in un solo luogo lasciando intorno un grande deserto. È un’operazione anche molto rischiosa, perché se la grande testa si indebolisce, per qualunque ragione, c’è ben poco che possa sostenerla».
Non si possono creare dei cloni nella Meloni da candidare nelle regioni però…
«Se si creassero sarebbero immediatamente in competizione con Meloni. Quello che è successo con De Luca, Emiliano e Zaia: i ras locali. Entrano in conflitto con la politica nazionale. Un tempo un importante presidente di regione democristiano andava a fare il ministro perché c’era una struttura che queste persone le assorbiva. Oggi un importante presidente di regione crea problemi perché non è controllabile. Questo fa sì che dove sei in maggioranza presenti una tua persona e vinci, mentre nelle regioni dove sei in minoranza presenti una tua persona e perdi. E non hai nessuna possibilità di cambiare l’inerzia».
