Riforma magistratura, il pm non perderà autonomia e indipendenza. Con i sorteggi nel CSM e la Disciplinare solo maggiori garanzie

Mettetevi, per un attimo, nei panni dei capofila del No al Referendum. Mettetevi nei panni di Cesare Parodi, Presidente di ANM, o di Rocco Maruotti, Segretario, o ancora del dott. Nicola Gratteri, e di quanti tra le fila di magistrati, giuristi, avvocati, politici quotidianamente devono convincere l’opinione pubblica dei pericoli che si celano dietro la riforma della giustizia. Immaginateli, quando paventano una realtà post-apocalittica – nella denegata ipotesi della vittoria del Sì – dove il terzo potere non esiste più, e dei magistrati la politica ed il governo hanno fatto scempio, subordinandoli, riducendone le funzioni, privandoli di ogni autonomia ed indipendenza. Un quadro terribile, anticostituzionale, antidemocratico. Ebbene, mettetevi nei loro panni quando si trovano davanti un magistrato che vive con serenità la prospettiva della separazione delle carriere e, peggio ancora, la auspica. È l’aporia del sistema, il cortocircuito. E il numero cresce di giorno in giorno, e non grida all’attentato alla Costituzione, ma all’adeguamento da tempo auspicato del sistema ai principi che lo governano. Il primo istinto è fingere che non esistano: isolamento, ostracismo. I “giuda” della magistratura, così vengono definiti. Ma non possono essere ignorati, perché sono la plastica dimostrazione – la più forte, questo è evidente – della inconsistenza delle ragioni di chi avversa la riforma. Perché se sono valide in sé le argomentazioni del Sì, esse non possono che divenire granitiche a fronte del pensiero espresso in controtendenza da coloro sui quali tale Riforma incide.

Il Pm non è subordinato all’esecutivo

Non ha paura il giudice Giuliano Castiglia, secondo cui “Il testo che sarà sottoposto al Referendum non subordina in alcun modo il PM all’Esecutivo ed è pura fantasia chiromantica l’affermazione secondo cui la separazione delle carriere disegnata dalla Riforma sarebbe il primo passo in tale direzione. Semmai, è vero esattamente il contrario” (PQM del 22 novembre 2025). Come anche Cuno Tarfusser: “Sentir dire che con la riforma a carriere separate il pm perderà autonomia e indipendenza perché sarà sottoposto al potere politico, quasi fosse l’anticamera della dittatura, è un’assurdità” (Il Dubbio, 12 novembre 2025). Addirittura per Costanzo Cea, già pubblico ministero, poi Presidente di Sezione del Tribunale Civile di Bari, “Il nuovo testo dell’articolo 104 è ancora più chiaro e garantista di quello messo nero su bianco dai Costituenti. Altro che attentato all’autonomia e all’indipendenza” (Quotidiano del Sud, 19 novembre 2025).

I magistrati non devono temere nulla

Per i tanti magistrati tra le fila del Sì non c’è dunque nulla da temere rispetto alle prospettive di riforma. Anzi, molti sono i vantaggi che il potere giudiziario trarrebbe in concreto, primo tra tutti quello dello sradicamento dell’oppressivo sistema delle correnti. Questo viene lucidamente descritto, tra gli altri, dal magistrato Anna Gallucci: “Attualmente vengono scelti dai magistrati sulla base di una vera e propria competizione, che è assimilabile in tutto e per tutto ad una campagna elettorale, durante la quale i candidati, spesso associati a correnti (anche se nell’ultima tornata c’erano anche indipendenti), presentano un proprio programma esponendo le proprie idee” (l’Altravoce del 16 gennaio 2026). E così anche Lisa Imparato, sostituto procuratore: “Il CSM gestisce l’intera vita professionale del magistrato: dal concorso ai trasferimenti, dalle promozioni agli incarichi direttivi e semidirettivi, fino ai procedimenti disciplinari. Le correnti incidono sugli incarichi extragiudiziari, spesso molto ben retribuiti, e possono generare conflitti. Influenzano anche il tirocinio: esistono vere e proprie ‘scuole di partito’ e un giovane magistrato, nella fase più vulnerabile della carriera, può essere facilmente orientato. Bisogna spezzare questa linea di potere, dire basta alle correnti accentratrici e restituire al CSM una funzione di gestione pura”. È per questo che “il cittadino deve tornare al centro del processo e percepire davvero l’equidistanza tra le parti. Questo significa restituire dignità agli avvocati, ma soprattutto agli imputati e a tutti coloro che entrano, spesso loro malgrado, nel circuito penale. La distinzione delle funzioni serve a recuperare credibilità, fiducia e a rendere concreta l’imparzialità del processo, così come disegnata dal codice” (Riformista del 15 gennaio 2026).

Sorteggio CSM, perché non c’è ragione di temerlo

Non c’è ragione di temere allora il sorteggio: per Andrea Mirenda, magistrato e consigliere del Csm, “poiché il sorteggio per il Csm avviene all’interno di una élite dotata ex legge di competenze professionali già altissime, la presunzione di qualità è forte e del tutto ragionevole”; con esso, quindi, si può dare “un segnale fortissimo alla magistratura; ridare serenità ai colleghi, permettere un ritorno all’operosità e alla dedizione quotidiana senza l’ansia di fare altro, senza che ciascun magistrato debba costruirsi la carriera genuflettendosi ai soli noti” (Libero, 16 gennaio 2026).

Perché l’Alta Corte disciplinare non è un pericolo

Così come non è un pericolo l’Alta Corte, che, spiega Luigi Salvato, ex procuratore generale della Cassazione (La Verità, 15 gennaio 2026), è “composta da membri nominati dal Presidente della Repubblica, dal Parlamento e scelti tra i magistrati, senza possibilità di condizionamenti a opera del potere politico (articolo 105)”. “Questo dicono le norme che, dunque, smentiscono gli slogan secondo cui la riforma farebbe sì che i giudici dipendano dalla politica, sarebbero intimiditi e più deboli.

L’inattendibilità degli slogan è chiara agli stessi oppositori della riforma, i quali sostengono che le norme vivrebbero, però, di vita propria, potrebbero essere subdolamente erose”. Queste, e molte altre, sono le lucide riflessioni dei magistrati contro-corrente (in tutti i sensi). Nessun timore, bensì una comune consapevolezza di un sistema che c’è, e che così com’è non può e non deve sopravvivere.