Storia delle metamorfosi sulla riforma della magistratura

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio in occasione dell’evento kermesse di Fratelli d’Italia FDI Atreju 2025. Roma, Giovedì 11 Dicembre 2025 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Minister of Justice Carlo Nordio on the occasion of the Fratelli d'Italia FDI Atreju 2025 event. Rome, Thursday December 11 2025. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Ci vuole coraggio battersi contro la separazione delle carriere quando la sinistra comunista e quella socialista riformista, nel corso degli anni, si sono espresse a favore di questo principio. Con la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, eletta con il voto delle primarie e non con quello degli iscritti che avevano indicato Stefano Bonaccini, si è compiuto un vero giro di boa giustizialista, per stare al carro del Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte. Tuttavia, Conte non punta semplicemente a condizionare la linea del Partito Democratico.

Il suo obiettivo politico è ben più ambizioso: essere lui il candidato alla presidenza del Consiglio del campo progressista e non la Schlein. La partita che si gioca nel centrosinistra è dunque una competizione per la leadership e per la guida futura del governo. Conte sa di poter contare, all’interno del Nazareno, su interlocutori influenti – a partire da Goffredo Bettini e da una parte consistente della cultura politica post-comunista e cattocomunista – e questo rafforza la sua convinzione di poter contendere alla segretaria del PD la candidatura a Palazzo Chigi. La Schlein, dal canto suo, si sente più forte dopo l’ingresso della corrente guidata da Stefano Bonaccini ed è pronta a sfidare il leader dei Cinque Stelle. Il paradosso è che lo fa proprio sul terreno che più appartiene al Movimento 5 Stelle: quello del giustizialismo.

Storia delle metamorfosi sulla riforma della magistratura

Il Partito Comunista Italiano votò a favore della riforma del codice di procedura penale proposta dal ministro Giuliano Vassalli, entrata in vigore nel 1989. Il PCI sostenne il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio, condividendo l’impostazione garantista della riforma. Negli anni successivi il PDS continuò a difendere i principi del codice Vassalli, pur discutendo le integrazioni necessarie per migliorare il funzionamento della giustizia.

Il ruolo di Violante

Per comprendere meglio la politica della sinistra comunista e post-comunista sulla giustizia occorre ricordare il ruolo di Luciano Violante, oggi prestigioso sostenitore del No al referendum. Eppure proprio negli anni Novanta la sinistra riformista sostenne con convinzione la necessità di separare in modo più netto le funzioni tra giudice e pubblico ministero.

La proposta della separazione delle carriere

La Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema nel 1997 propose la separazione costituzionale delle carriere. Dopo il lavoro della Bicamerale del 1997, nel 1999, il governo presieduto da Massimo D’Alema, approvò la riforma dell’articolo 111 della Costituzione che introdusse il principio del giusto processo. La linea riformista proseguì negli anni successivi. Nella campagna elettorale del 2001, con Francesco Rutelli candidato alla presidenza del Consiglio contro Silvio Berlusconi, il programma dell’Ulivo sulla giustizia prevedeva la separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri con percorsi di carriera distinti.vNel governo Prodi (2006-2008) il ministro della Giustizia Clemente Mastella presentò un disegno di legge costituzionale per la separazione delle carriere, sostenuto dai Democratici di Sinistra – con Fassino e Violante – e dalla Margherita guidata da Rutelli. Il testo fu approvato alla Camera nel 2007. Dopo averne subite tante giudiziariamente, Clemente Mastella e la consorte Sandra Lonardo sono convinti per il No. Sindrome di Stoccolma? Chissà. Nel 2014 il ministro della Giustizia del governo Renzi, Andrea Orlando, introdusse un rafforzamento della separazione delle funzioni limitando i passaggi tra pubblico ministero e giudice. Orlando stesso dichiarò che quella riforma rappresentava un primo passo verso la separazione delle carriere. Matteo Renzi fu ancora più esplicito: «Serve separare PM e giudici, come avviene nei principali ordinamenti europei». Nel congresso del PD del 2019 la mozione guidata da Maurizio Martina tornò a ribadire lo stesso principio, tra i firmatari figurava anche Debora Serracchiani, oggi schierata contro la riforma. Nel governo Draghi, con Marta Cartabia ministro della Giustizia, il Partito Democratico sostenne la legge n. 134 del 2021 che rafforzò ulteriormente la separazione delle funzioni. Persino l’allora segretario del PD Enrico Letta parlò di un passo avanti. Nel pieno della campagna referendaria Elly Schlein ha liquidato la riforma come «uno sfregio alla Costituzione». Sarebbe utile capire in quale punto la Carta verrebbe violata. Il percorso del Partito Democratico sulla giustizia assomiglia ormai a una strada di montagna piena di tornanti. Ma qui non siamo davanti a un semplice cambio di direzione: siamo davanti a un vero voltafaccia politico. Per decenni la sinistra comunista e quella socialista riformista hanno sostenuto la separazione delle carriere come la chiave di volta del processo accusatorio e della terzietà del giudice.

L’impianto originario

Oggi, invece, il Partito Democratico non si batte più per la separazione delle carriere, pilastro del sistema accusatorio introdotto con il codice Vassalli. Difende, di fatto, un assetto che conserva ancora l’impronta dell’impianto originario del processo di matrice inquisitoria, quello che affonda le sue radici nel codice voluto da Alfredo Rocco durante il regime fascista. Così il partito che un tempo rivendicava la tradizione riformista finisce per voltare le spalle alla propria storia e per accodarsi alla linea giustizialista del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Una scelta che trasforma il PD in una forza politica sempre più ancillare e succube, disposta a sacrificare una battaglia di civiltà giuridica pur di restare dentro l’alleanza con i Cinque Stelle.