Al Teatro Massimo di Palermo, Roberto Scarpinato ha condensato il messaggio del fronte del No in una formula: la maggioranza vuole «riaffermare il controllo della peggiore politica sulla magistratura, quel controllo che aveva perso con la Costituzione del 1948». Votare Sì significherebbe scegliere una giustizia «come lo era prima del 1948»: forte con i deboli, debole con i forti, strumento del potere. Un quadro narrativo efficace. Ed è storicamente capovolto. Il Codice Zanardelli del 1889, figlio del liberalismo pre-fascista, prevedeva una figura di Procuratore del Re strutturalmente separata dall’ordine giudicante: era una scelta precisa, il seme del modello accusatorio. Cosa fece il fascismo? L’esatto contrario. Con il Regio Decreto n. 12 del 30 gennaio 1941, il Guardasigilli Dino Grandi unificò definitivamente le carriere di Giudici e Pubblici ministeri in un corpo unico, omogeneo, permeabile al controllo del regime. Grandi non nascose la logica: le ragioni dell’unificazione erano, scrisse esplicitamente, «essenzialmente d’ordine politico», perché il fascismo voleva superare la distinzione tra i poteri dello Stato che era alla base della tradizione liberale. Quell’Ordinamento Giudiziario del 1941 è ancora oggi in vigore. Il suo articolo 69 stabilisce che il Pubblico ministero esercita le sue funzioni «sotto la direzione del Ministro di Grazia e Giustizia». Nero su bianco: dipendenza dall’esecutivo come norma fascista mai abrogata. Il Csm del 1948 ha mitigato quella dipendenza, ma non ha cancellato l’anomalia strutturale di fondo: Pm e Giudice incardinati nello stesso corpo, figli dell’architettura voluta da Grandi.

La domanda si pone da sola: chi tutela l’eredità fascista? Chi vuole abrogare l’Ordinamento Grandi del 1941, completando il processo accusatorio avviato con la riforma Vassalli del 1989, o chi si batte per conservarlo? La risposta è scomoda ma univoca: la separazione delle carriere non è un ritorno al regime, è un ritorno alla tradizione liberale pre-fascista che il fascismo aveva spazzato via con il RD del 1941. L’argomento di Scarpinato ha la freccia del tempo rovesciata. Del resto, nessun Paese europeo democratico ha l’unificazione delle carriere, né alcuno è mai precipitato nel fascismo per averla separata. Il cuore del referendum è una domanda semplice e antica: ha diritto ogni cittadino a essere giudicato da un soggetto davvero terzo, che non abbia condiviso per anni corridoi e carriera con il Pubblico ministero che ne chiede la condanna? Questa è la terzietà strutturale del Giudice, sancita dall’articolo 111 della Costituzione e dall’articolo 6 della CEDU. Su questo il discorso del Teatro Massimo tace.

Questa riforma porta il nome ideale di Giuliano Vassalli, eroe della Resistenza e padre del codice accusatorio del 1989. È stata sostenuta da Cesare Salvi, da Augusto Barbera, da quanti a sinistra hanno avuto l’onestà intellettuale di anteporre i diritti del cittadino alla difesa corporativa del sistema corrente. Non è una riforma di destra: è una riforma liberale nel senso proprio del termine. Scarpinato ha tutto il diritto di combatterla. Ma dovrebbe farlo con argomenti veri. I cittadini che andranno alle urne il 22 e 23 marzo meritano un dibattito onesto: non lo spettacolo di chi rivendica di difendere la Costituzione del 1948 mentre protegge l’ordinamento fascista del 1941.

Stefano Giordano

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