Poniamoci un problema serio: può un ordine giudiziario dello Stato contestare apertamente una riforma del governo approvata dal Parlamento? In questo caso, per di più, ci troviamo di fronte a una situazione anomala, segnata dall’assenza di un vero dibattito in Aula e di un confronto approfondito. È un neo non di poco conto. Tuttavia, anche ammettendo che il dibattito vi fosse stato, la materia – di rango costituzionale – avrebbe comunque richiesto un iter complesso e tempi lunghi. La maggioranza, per evitare scadenze incerte e rivendicare una riforma “bandiera”, ha scelto di procedere speditamente. A questa accelerazione, e soprattutto ai contenuti della riforma della magistratura, l’Associazione nazionale magistrati ha reagito con una mobilitazione frontale, mettendo in campo risorse per la campagna referendaria, organizzando comitati del No nei tribunali e spingendosi simbolicamente fin dentro il Sancta Sanctorum della giurisdizione: la Corte di Cassazione. Una scelta che, agli occhi di molti osservatori, ha assunto i tratti di una vera strutturazione politica sul territorio, più simile a quella di un soggetto partitico che a quella di un’associazione rappresentativa. Per questo cambio di pelle si è preferito a tutti i livelli praticare la politica dello struzzo.
Sorge allora un interrogativo di fondo: è opportuno che il potere giudiziario – che detiene nelle proprie mani il destino giudiziario di tanti cittadini – entri in rotta di collisione con l’esecutivo e il legislativo? La teoria della separazione dei poteri di Montesquieu non vieta il dissenso, ma presuppone equilibrio e reciproco rispetto. Eppure la storia repubblicana mostra come la magistratura, anche per effetto della debolezza della politica e della fragilità delle classi dirigenti, abbia talvolta assunto un ruolo di supplenza capace di incidere sugli equilibri istituzionali, fino a contribuire al crollo della Prima Repubblica. La riforma costituzionale approvata definitivamente nell’ottobre 2025 interviene su sette articoli della Carta (87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110) e ha come perno la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, l’istituzione di due distinti Consigli superiori della magistratura con sorteggio dei componenti e la creazione di un’Alta Corte disciplinare. Trattandosi di una modifica costituzionale, il testo è stato sottoposto a referendum confermativo: senza quorum, prevarrà l’opzione che otterrà più voti.
Fin dall’inizio della campagna referendaria, i fronti del Sì e del No si sono affrontati con toni esasperati. Alcune uscite del fronte contrario alla riforma sono apparse sopra le righe e talvolta improprie; ma non meno veementi sono state le repliche del fronte favorevole. Non sono mancate disattenzioni e forzature comunicative da entrambe le parti, elementi che hanno contribuito ad alimentare un clima da rissa più che da confronto nel merito. Molte prese di posizione del No sono state attribuite a esponenti della magistratura associata – l’Anm, organismo di diritto privato – distinta dal Consiglio superiore della magistratura, organo costituzionale presieduto dal Capo dello Stato. La distinzione è tutt’altro che formale. Proprio per questo Sergio Mattarella è intervenuto per tutelare il prestigio e l’autonomia del Csm – istituzione che non è stata esente, in passato, da errori e criticità – da attacchi ritenuti impropri, richiamando tutti a un linguaggio istituzionalmente misurato. Il Presidente della Repubblica si è così assunto, nel pieno della campagna referendaria, il ruolo di garante e di moderatore, tentando di raffreddare uno scontro inedito per intensità tra potere giudiziario e poteri politico-legislativi.
In questo clima teso, il suo intervento non rappresenta soltanto un gesto di equilibrio, ma il segnale che l’architettura costituzionale italiana regge proprio quando le sue massime istituzioni esercitano fino in fondo la funzione di arbitro: non per spegnere il conflitto democratico, bensì per impedirne la degenerazione istituzionale.
