Cultura
Se fioriscono le spine, quando la pena incontra la speranza dietro le sbarre: il romanzo civile di Giostra sulla dignità che resiste
Con Se fioriscono le spine, Glauco Giostra compie un passaggio solo apparentemente laterale rispetto alla sua biografia di grande giurista. In realtà, l’approdo al romanzo rappresenta una prosecuzione coerente – e per certi versi più incisiva – della sua riflessione sul senso della pena, sul carcere e sulla responsabilità collettiva. Qui la letteratura non è ornamento, ma strumento critico: serve a dire ciò che il linguaggio troppo tecnicistico spesso non riesce più a trasmettere all’opinione pubblica. L’abilità descrittiva di Giostra è realmente sorprendente, con una scrittura che in molti tratti richiama La strada per Roma volponiana; accompagna il lettore nei meandri della trama.
Il romanzo prende le mosse da un atto estremo: Antonio uccide il padre nel tentativo di difendere la sorella da una violenza. Da qui si apre un percorso che attraversa il carcere, l’amicizia con Angelo, detto il Muto, la marginalità, la ricaduta nel crimine e infine la possibilità – mai garantita, mai facile – del riscatto. Nulla è indulgente o consolatorio. Giostra racconta una vicenda che potrebbe accadere oggi, in qualunque periferia italiana, con uno sguardo che rifugge tanto il moralismo quanto il giustificazionismo. Al centro del libro c’è il carcere non come sfondo, ma come dispositivo istituzionale che segna le vite. Giostra, forte di una conoscenza profonda del sistema penitenziario, mostra come la detenzione, quando è ridotta a pura segregazione, finisca per essere criminogena invece che rieducativa. Il romanzo dialoga in modo esplicito con l’articolo 27 della Costituzione, senza mai citarlo: la pena, ci ricorda, ha senso solo se apre uno spazio di trasformazione della persona.
Uno dei fili più forti del libro è l’idea che la colpa non esaurisce l’identità. Antonio non è il suo reato, così come Angelo non è la somma dei suoi errori. È una tesi profondamente liberale e progressista, oggi controcorrente in un clima dominato da slogan punitivi e pulsioni escludenti. Giostra affida alla narrazione una domanda radicale: siamo davvero disposti a riconoscere l’umanità di chi ha sbagliato, o preferiamo la scorciatoia dello stigma permanente? Accanto alla violenza e al fallimento istituzionale, il romanzo mette in scena relazioni che salvano. L’amicizia tra Antonio e il Muto, l’amore e la fiducia di Aurora, la solidarietà che nasce nei luoghi più inattesi diventano argini contro la deriva. Non è retorica: è la rappresentazione realistica di come il riconoscimento dell’altro possa rimettere in moto esistenze spezzate.
Se fioriscono le spine è un romanzo politico nel significato più nobile del termine: interroga il modello di società che vogliamo essere. Lo fa con una scrittura sobria, limpida, mai compiaciuta, capace di tenere insieme tensione narrativa e profondità etica. È un libro che chiede di essere “ruminato”, perché non offre risposte facili ma pretende responsabilità dal lettore. In tempi in cui la speranza sembra un lusso ingenuo, Giostra ci ricorda che è invece una necessità civile. E che senza la possibilità di una seconda occasione, non si costruisce né sicurezza né giustizia, ma solo esclusione. Un romanzo importante, da leggere e discutere.
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