“La riforma Nordio rafforzerà l’indipendenza della magistratura contro lo strapotere delle correnti”. È questa la visione di Cesare Greco, rappresentante del Partito Repubblicano nel Comitato per il SI “Pannella, Sciascia, Tortora” e segretario dell’Unione Romana del Pri.

Dott. Greco, il Partito Repubblicano ha appena aderito al Comitato per il Si “Pannella, Sciascia, Tortora”. Come valuta questa scelta?
«È un’adesione del tutto naturale. In un momento come questo è inutile disperdere le forze in una molteplicità di comitati o in veri inutili. Abbiamo sempre collaborato con i radicali sui temi dei diritti civili e della giustizia, e questa adesione nasce da una lunga consuetudine politica e culturale comune. Serve un’azione unitaria per realizzare questa riforma che ci occorre da trent’anni».

I repubblicani rivendicano quindi la loro lunga storia garantista.
«Assolutamente. Dalla battaglia sulla responsabilità civile dei magistrati fino alle ultime tornate referendarie a oggi, il nostro è sempre stato un percorso coerente. Però occorre sottolineare che questo referendum è solo un primo passo per risolvere i nodi della nostra giustizia. Un passo però più cruciale che mai».

In questo contesto, come valuta l’atteggiamento dell’Associazione Nazionale Magistrati contro la riforma?
«L’Anm è un sindacato e si comporta come tale. La riforma mette in discussione posizioni di potere consolidate, e la reazione è inevitabilmente corporativa. Ma questa reazione finisce per confermare proprio ciò che si vorrebbe negare: l’esistenza di un potere politico interno alla magistratura. Il caso Palamara, del resto non è mai stato realmente smentito. Occorre, quindi, un cambio di passo per superare questa contrapposizione tra certa magistratura e parte della politica e ripristinare l’equilibrio dei poteri».

Uno dei migliori slogan del Pri è stato: “le idee chiare della sinistra”. Come giudica, invece, l’atteggiamento di buona parte del PD che oggi sembra rinnegare la propria tradizione garantista?
«Lo giudico come il segno di una crisi profonda. Il centrosinistra ha smesso di fare politica da anni. Il bipolarismo italiano non è più fondato su visioni di società alternative, su battaglie programmatiche o su questioni culturali, ma su uno scontro personalistico e leaderistico. Questo produce incoerenza: si cambia idea con estrema facilità, senza una linea politica organica».

Eppure la separazione delle carriere nasce storicamente a sinistra.
«Esatto. Era il progetto di Giuliano Vassalli, che fu un socialista, un vero partigiano oltre che un grande giurista. Fino alla segreteria Martina il Partito Democratico aveva giustamente questa riforma nel proprio programma. Oggi, invece, la combatte con una veemenza maggiore di quella con cui prima la sosteneva. Perché punta solo a utilizzare questo referendum per screditare il centrodestra ed attaccare Meloni. È la prova che con questo bipolarismo non esiste più una cultura politica strutturata, ma solo uno scontro polarizzato e partigiano privo di contenuti. È il trionfo degli schieramenti sui contenuti».

Quanto pesa il populismo in questa deriva?
«Pesa moltissimo. Oggi assistiamo allo scontro tra un populismo di destra e uno di sinistra. L’agenda dei 5 Stelle condiziona pesantemente il PD fino a schiacciare le anime riformiste. Lo abbiamo visto su Gaza. Mentre sul piano strategico il centrodestra subisce le ambiguità delle sue anime filo-russe e dei salviniani. Il riformismo, che richiede ragionamento e profondità, fatica a emergere in un sistema dominato dagli slogan».

Dopo la giustizia quali dovrebbero essere, allora, le vere priorità di riforma del Paese per i repubblicani?
«La lotta ai corporativismi. Innanzitutto nell’istruzione. Abbiamo pochi laureati e spesso poco preparati. L’università è minata dal familismo e perde credibilità internazionale. Serve invece una convergenza per favorire il merito nella scuola e nell’Università. Un tema che il governo ha giustamente recuperato, ma su cui servirebbe una assunzione di responsabilità da parte di tutte le forze politiche».

Francesco Subiaco

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