Le ragioni di un Sì
Separazione delle carriere, la lezione dimenticata di Rignano Flaminio. Quando chi giudica si fida di chi accusa e la giustizia si piega al pregiudizio
C’è una frase che racchiude il senso profondo del referendum sulla riforma della giustizia: la separazione delle carriere non serve a indebolire i magistrati, ma a rafforzare la giustizia. Perché la giustizia, per essere tale, deve non solo essere equa, ma anche apparire tale agli occhi dei cittadini.
Oggi pubblico ministero e giudice appartengono allo stesso corpo: condividono concorsi, corsi, valutazioni, persino corridoi dei palazzi di giustizia. Spesso, vale la pena ribadirlo, gli uffici dei pm sono attigui a quelli dei Gip/Gup. Sono due ruoli diversi, ma figli della stessa carriera. In teoria, questa vicinanza non dovrebbe influire sul modo di giudicare; in pratica, però, crea un legame di appartenenza e di colleganza che pesa. Non sempre e non per tutti naturalmente, ma abbastanza da minare la percezione di imparzialità. La riforma vuole spezzare proprio questo legame. Vuole restituire al pubblico ministero il suo ruolo naturale, quello di “avvocato dell’accusa”, non di collega del giudice. Insomma, renderlo tanto “estraneo” quanto lo è il difensore dell’imputato.
Il caso di Rignano Flaminio
Per capire quanto conti questa distinzione, basta ricordare un caso emblematico: quello di Rignano Flaminio. Era il 2006 quando un gruppo di genitori denunciò presunti abusi sessuali in un asilo del paese, la scuola materna “Olga Rovere”. L’accusa era terribile e infamante: un presunto “consorzio di pedofili” composto da tre maestre, una bidella, dal marito di una di loro, e perfino da un benzinaio straniero del posto. Il racconto nacque da voci, sospetti, poi da interrogatori di bambini suggestionati dagli stessi genitori. La stampa amplificò tutto, e il pubblico ministero avviò un’indagine di proporzioni enormi. Il Gip convalidò arresti e misure cautelari.
Rignano Flaminio, un incubo giudiziario
Passarono mesi, poi anni. Solo nel 2012 il Tribunale di Tivoli assolse tutti gli imputati «perché il fatto non sussiste». Nel 2014 la Corte d’Appello confermò integralmente l’insussistenza dei fatti – e questo perché il pm, pervicacemente, ricorse in appello contro l’assoluzione in primo grado. Si scoprì che non c’erano prove, né indizi reali: soltanto paure, suggestioni, false memorie create da fantasie infantili. Un incubo giudiziario che distrusse famiglie, carriere e reputazioni, senza che nessuno pagasse per l’errore. C’era poi un dato che avrebbe dovuto far scattare una sirena d’allarme: tra gli imputati figuravano quattro donne, tutte insegnanti dello stesso asilo. Eppure, i casi di pedofilia femminile attiva – donne che abusano direttamente di bambini piccoli – rappresentano meno dello 0,1% del totale, in pratica un caso ogni due o tre anni in tutta Italia. Che quattro donne pedofile si concentrassero nello stesso paese e nello stesso momento era un’anomalia statistica così enorme da imporre estrema cautela. Invece passò sotto silenzio, come se l’assurdo fosse diventato normale.
La magistratura può trasformare la prudenza in solidarietà di corpo
Quel processo nacque e crebbe dentro un clima di autosuggestione collettiva, alimentato anche da un meccanismo interno alla magistratura che, in casi simili, può trasformare la prudenza in solidarietà di corpo. È legittimo domandarsi se un Gip o un Gup estraneo al corpo dei pubblici ministeri, e quindi più libero da relazioni di consuetudine, avrebbe valutato con maggiore freddezza quelle accuse infondate. Forse avrebbe fermato la macchina prima che travolgesse tante persone innocenti. Non è una critica ai singoli magistrati, ma a un sistema che unisce ruoli diversi dentro una stessa carriera. Un sistema dove, anche inconsciamente, chi giudica tende a fidarsi di chi accusa, perché ne condivide formazione, linguaggio, prospettiva. Perché si sente “dalla stessa parte”. E quando l’accusa nasce fragile, ma trova conferma automatica in chi deve controllarla, la giustizia si piega al pregiudizio.
La separazione delle carriere non è una rivalsa politica, né un attacco alla magistratura. È un atto di rispetto verso i cittadini, verso le vittime e verso gli stessi giudici. Serve a ristabilire l’equilibrio originario della Dea bendata: accusa e difesa sullo stesso piano, il giudice davvero terzo, il cittadino finalmente tutelato da un processo imparziale. Gli oppositori parlano di “riforma pericolosa”, di “attacco all’autonomia”, di “deriva autoritaria”. E tentano di trasformare il referendum in un attacco politico contro il governo. Un errore gravissimo, perché il referendum confermativo deve restare dentro i binari costituzionali e riguardare solo il merito del quesito.
La verità è che questa riforma rafforza l’autonomia di tutti: quella del giudice, che non dovrà più temere di smentire il collega del piano di sopra; quella del pubblico ministero, che potrà sostenere le proprie tesi senza ambiguità corporative; e quella dei cittadini, che potranno guardare alla giustizia senza sospetto. Il caso di Rignano Flaminio insegna che non basta la buona fede per evitare errori giudiziari: serve anche una struttura, compartimentata, che li prevenga. Separare le carriere significa proprio questo. Votare Sì non è un atto contro qualcuno, ma a favore di tutti.
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