Le ragioni di un Sì
Separazione delle carriere, perché il Pm parte sempre 1-0
Nel dibattito sul referendum per la separazione delle carriere tra Pm e giudici si tende spesso a parlare in astratto: “equilibrio delle parti”, “parità tra accusa e difesa”, “giudice terzo”. Ma tra i vari motivi per i quali l’accusa e la difesa sono sbilanciate ve ne è una molto concreta. Il Pm gode di un vantaggio strutturale nel processo penale, un vantaggio che non discende solo dalla sua forza istituzionale, ma anche da un dato pratico che qualunque avvocato penalista conosce: il giudice è molto più incline ad ammettere i testimoni richiesti dall’accusa rispetto a quelli richiesti dalla difesa.
Separazione delle carriere, perché il Pm parte sempre 1-0
Non abbiamo statistiche ufficiali – nessuno, inspiegabilmente, le raccoglie – ma basta scorrere la giurisprudenza o frequentare le aule di giustizia per accorgersene. Nei procedimenti penali, i testi del Pm sono quasi sempre ammessi; quelli della difesa vengono respinti più facilmente, perché “superflui”, “irrilevanti”, “non necessari”. Un penalista di Milano dice apertamente: “Per la mia esperienza, i testi del Pm vengono quasi sempre ammessi, quelli della difesa anche solo uno su quattro o uno su cinque. Non accade sempre, ovviamente, ma è veramente molto frequente”.
Una tendenza nota anche nella giurisprudenza di legittimità: la Cassazione, in più occasioni, ha riconosciuto che il giudice tende a dichiarare “superflui” o “irrilevanti” molti testi della difesa, mentre ammette più facilmente quelli dell’accusa, talvolta senza adeguata motivazione. Le sentenze richiamano un principio costante: la prova contraria deve essere valutata con lo stesso metro di quella diretta, ma “non può tradursi in un diritto solo teorico” (Cass. Sez. 5, n. 55829/2018; Cass. Sez. 6, n. 26048/2016). È un riconoscimento implicito – ma chiarissimo – del fatto che il piano non è livellato.
La sproporzione strutturale
Il risultato? Una sproporzione strutturale che si traduce in un processo dove l’accusa ha più voce, più strumenti e più possibilità di far entrare i propri elementi probatori. Questa dinamica non dipende dalla malafede di nessuno, ma da un fenomeno inevitabile: il Pm e il giudice, facendo parte della stessa magistratura, della stessa cultura professionale, dello stesso percorso formativo, non possono che considerarsi colleghi. È un dato antropologico, prima che giuridico: si tende a fidarsi di più di chi appartiene al proprio mondo.
Il Codice consente al giudice di respingere le prove “manifestamente superflue o irrilevanti”. È giusto. Il problema nasce quando questo potere viene esercitato con un occhio inevitabilmente più indulgente verso il Pm, che agli occhi del giudice incarna il “bene dell’azione penale”, il “perseguimento dei reati”, la “tutela della collettività”. Al contrario, la difesa è percepita – più o meno consciamente – come la parte che cerca scappatoie, che complica il processo. Il risultato è un meccanismo mentale che porta ad accogliere più facilmente i testi del Pm e a tagliare quelli della difesa. In un sistema davvero paritario, questo non dovrebbe accadere. I testimoni di ambo le parti dovrebbero essere valutati con la stessa “freddezza tecnica”, con il necessario distacco giuridico che potrà avvenire solo quando accusa e difesa verranno viste dal giudice come entità antagoniste ma equivalenti.
L’assenza di dati ufficiali è, di per sé, il sintomo del problema. In un Paese dove tutto si misura – dagli accessi al pronto soccorso al consumo di zucchero – non esiste un monitoraggio su quante richieste di testimoni presenta il Pm, su quante ne presenta la difesa, su quante ne vengono accolte e quante respinte. Eppure, questi numeri direbbero la verità sul funzionamento quotidiano della giustizia, molto più di mille discorsi sulla Costituzione. Se li avessimo, probabilmente emergerebbe un quadro molto netto: il processo penale italiano non è paritario. È sbilanciato.
A cosa serve la separazione delle carriere
La separazione delle carriere serve esattamente a evitare questo. Non è una battaglia ideologica. Non è un referendum tra Schlein e Meloni. È un tentativo di riequilibrare ciò che oggi non lo è. Serve, tra le altre cose, ad evitare che un imputato veda respinti molti dei suoi testimoni mentre quelli dell’accusa vengono ammessi quasi automaticamente. Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra un processo equo o iniquo. Per questo, votare Sì alla separazione delle carriere non è un favore agli avvocati: è un favore ai cittadini.
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