Mentre era in piazza per gli iraniani, a Roma, Carlo Calenda è stato avvicinato da un dirigente della Questura. Tra i due nasce un dialogo fitto, uno scambio di impressioni sullo stato della sicurezza nel Paese. Parole sincere, di strada, che il leader di Azione decide poi di trasformare in un post: l’occasione per mettere nero su bianco ciò che va fatto davvero, sulla sicurezza, al di là degli slogan.

Per Calenda – e per chi nelle forze dell’ordine lavora ogni giorno – il punto è semplice: non servono nuovi reati. La politica ne ha introdotti cinquanta nella sola legislatura, spesso per ragioni di comunicazione elettorale. Ma la realtà, che gli operatori conoscono meglio di chiunque altro, è che lo Stato non diventa più sicuro solo ampliando il codice penale.

La proposta calendaiana si muove in un’altra direzione: meno slogan, più organizzazione.
Primo: centri di detenzione e rimpatrio in ogni regione. Non in Albania e non in strutture distanti dalla realtà italiana. Sul territorio nazionale, così da superare i fogli di via che non hanno alcuna efficacia per gli irregolari che delinquono.
Secondo: stop ai visti per i Paesi che rifiutano i rimpatri. È una misura elementare di politica estera che molti Stati applicano senza esitazioni. L’Italia no.
Terzo: l’assunzione di 12.000 carabinieri, formati anche per missioni di pace. Una scelta che rafforza il presidio del territorio e consente al Paese di adempiere agli obblighi Nato usufruendo della deroga al Patto di stabilità fino all’1,5% del PIL.
Quarto: rendere effettiva la certezza della pena. Un principio ovvio, ma spesso disatteso: l’Italia non può essere percepita come un luogo dove la sanzione arriva tardi o non arriva affatto.
Quinto: un piano concreto per nuove carceri. Senza strutture adeguate, nessuna politica di sicurezza regge.
Sesto: potenziare il riconoscimento facciale e i database collegati. Tecnologia al servizio della prevenzione e dell’individuazione dei responsabili, non strumento di polemica.
Settimo: intervenire sulla delinquenza minorile partendo dalla scuola. Psicologi scolastici, identificazione precoce delle situazioni critiche, controlli più efficaci sulle famiglie da parte degli assistenti sociali. La prevenzione nasce dove i problemi emergono.

Per Calenda, insomma, la risposta non sta nelle “norme antimaranza” annunciate a favore di tv senza capacità di incidere sulla realtà, ma in un disegno complessivo che restituisca allo Stato la capacità di essere presente, presente davvero. La sicurezza non si fa con i titoli dei decreti: si fa con presìdi, personale, infrastrutture, responsabilità politica.
E oggi Calenda parteciperà alla commemorazione della morte del giornalista Beppe Alfano, assassinato dalla mafia l’8 gennaio 1993.