La base militare e i bombardieri Usa
Sigonella negata a Trump, quando Crosetto al Riformista disse “Craxi fece bene”
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto dice di no a Sigonella, base dell’aeronautica in Sicilia condivisa con gli Stati Uniti. Proprio come fece Bettino Craxi. E proprio al Riformista, onorando la sepoltura di Craxi ad Hammamet, Crosetto il 17 gennaio scorso ci aveva detto a proposito di Sigonella: «Craxi fece bene a non dare le basi, fece in quel momento quello che era giusto per il suo Paese». Secondo quanto ricostruito, il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano informa il ministro della Difesa che alcuni asset aerei statunitensi sono in volo verso la Sicilia, diretti alla base di Sigonella, per poi proseguire verso il Medio Oriente. Non si tratta di voli logistici ordinari. E soprattutto, non è stata richiesta alcuna autorizzazione politica né sono stati coinvolti i vertici italiani.
A quel punto, la decisione. Verificata la natura non ordinaria della missione, Crosetto nega l’autorizzazione. Una scelta che il governo ha subito ricondotto entro una cornice istituzionale precisa. Palazzo Chigi ha chiarito che «non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali» e che i rapporti con gli Stati Uniti restano «solidi e improntati a una piena e leale collaborazione». Ma ha anche ribadito un punto essenziale: l’Italia continuerà a operare «nel solco dei trattati vigenti, nel rispetto della volontà del governo e del Parlamento». Lo stesso Crosetto, intervenendo su X, ha respinto ogni lettura di rottura: «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa». Le basi, ha spiegato, «sono attive, in uso e nulla è cambiato». Ma esiste una distinzione netta: «Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del governo […] e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente». Il compito del ministro, in questo quadro, è «farli rispettare». Il punto, dunque, non è l’alleanza. È la procedura. E, in ultima analisi, la sovranità.
Sigonella, del resto, non è una base qualsiasi. È uno snodo strategico della Nato nel Mediterraneo, spesso definita una “portaerei naturale”. Ma è anche il luogo di uno dei precedenti più significativi della storia repubblicana: la crisi del 1985 tra il governo Craxi e l’amministrazione Reagan, durante il caso Achille Lauro. Anche allora, al centro dello scontro vi fu l’uso della base e la rivendicazione italiana del controllo sulle operazioni. Il riferimento è al cosiddetto “Accordo ombrello” del 20 ottobre 1954, il Bilateral Infrastructure Agreement tra Italia e Stati Uniti. Un’intesa mai pubblicata integralmente, caratterizzata da un alto grado di riservatezza, che regola le modalità di utilizzo delle basi concesse alle forze americane sul territorio italiano.
Secondo quanto riportato anche dalla documentazione della Camera dei deputati, il sistema si fonda su una duplice forma di controllo: italiano e statunitense. Ma con ruoli distinti. I comandanti delle basi sono italiani, ma non esercitano un controllo sostanziale sulle attività militari statunitensi, limitandosi a competenze organizzative – numero e orari dei voli, assistenza al traffico. Il controllo operativo resta in capo agli Stati Uniti. È dentro questo equilibrio asimmetrico che si inserisce la decisione di Crosetto. Quando le attività rientrano nel perimetro ordinario, l’autorizzazione è implicita negli accordi. Ma quando si tratta di operazioni non standard, potenzialmente connesse a scenari di guerra, è necessario un passaggio politico esplicito. Da qui il diniego.
La reazione politica è stata ampia e trasversale. Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, ha sottolineato che «l’Italia non è in guerra con l’Iran e non vuole entrarci» e che ogni decisione che esuli dai trattati «deve essere approvata dal Parlamento». Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia, ha richiamato le regole esistenti: «Non è prevista la possibilità di far atterrare o far ripartire bombardieri». Carlo Calenda ha definito la scelta «inevitabile», come Angelo Bonelli (Avs) che ha parlato di «atto dovuto», pur denunciando il permanere di un supporto logistico italiano alle operazioni militari. Elly Schlein ha chiesto che il governo chiarisca in Parlamento la linea politica: «Negare l’autorizzazione non può essere una decisione sporadica, deve diventare una linea politica espressa con chiarezza». Il centrosinistra, par di capire, farebbe dei trattati internazionali carta straccia, ove mai governasse. Il Movimento 5 Stelle, con Alessandra Maiorino e Arnaldo Lomuti, ha sollecitato ulteriori dettagli sull’episodio, a partire dalla tipologia dei velivoli coinvolti.
Ma c’è un elemento ulteriore, più sottile, che pesa sullo sfondo. «Il No al referendum pesa. Inutile negarlo. Una parte del No proviene da chi vede nella collocazione internazionale un problema. E Giorgia Meloni, che fiuta l’aria che tira meglio di chiunque altro, lo ha capito. Tirando il freno a mano. Quante volte negli ultimi dieci giorni ha ripetuto: l’Italia non è in guerra con nessuno?», osserva un analista che lavora all’ombra di Palazzo Chigi. «Anche la convocazione dell’ambasciatore israeliano in Italia, Peled, alla Farnesina: ma cosa c’entra Peled (e l’Italia) con il posto di blocco e Pizzaballa? Semmai doveva occuparsene la Santa Sede, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede». Queste sgrammaticature tradiscono un atteggiamento che si è incrinato, e non a caso. Sul piano internazionale, verso Stati Uniti e Israele, l’Italia di Giorgia Meloni oggi non è esattamente quella che era un mese fa».
In questo contesto si inserisce anche un elemento esterno ma non irrilevante: il ritorno ciclico, negli Stati Uniti, della teoria complottista dell’“Italygate”. Secondo questa narrazione – ampiamente smentita e priva di qualsiasi riscontro – l’Italia avrebbe avuto un ruolo nella manipolazione delle elezioni presidenziali del 2020 attraverso l’uso di satelliti e strutture militari, coinvolgendo falsamente anche aziende come Leonardo. Una tesi che ha già alimentato pressioni politiche sull’amministrazione americana e coinvolto, senza fondamento, l’ambasciata statunitense a Roma e l’intelligence italiana. Se Trump dovesse tornare a tirare fuori dal cilindro la carta Italygate, per il governo si accenderebbe la spia rossa della crisi con Washington.
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