Spannaus e il summit Usa-Cina: “Accordo inevitabile, TikTok e Taiwan le chiavi di volta. Meloni brava a non cascare nelle trappole di Trump”

«Le economie di Stati Uniti e Cina sono troppo intrecciate per sopravvivere a una guerra commerciale. Serve tornare al dialogo costruttivo». Avevamo incontrato Andrew Spannaus, giornalista e autore del podcast “That’s America”, un anno fa. A pochi giorni dalle presidenziali. Oggi, con Trump saldo alla Casa Bianca e prossimo all’incontro con il leader cinese Xi Jinping, torniamo a parlare con lui.

Spannaus, qual è l’obiettivo di questo summit?
«Serve disinnescare la guerra commerciale, tornare a parlarsi in modo costruttivo. Trump ha bisogno di mostrare i progressi compiuti. Cioè che la Cina tolga i controlli sull’esportazione delle terre rare e che riprenda ad acquistare soia americana. Il fatto è che entrambe le misure sono state una reazione alle tariffe trumpiane. Pechino, dal canto suo, vuole far capire a Washington che non può essere trattata come una potenza di secondo rango. Xi Jinping ha bisogno di un Trump prevedibile, che la smetta di fare minacce e provocare».

L’imprevedibilità però è nella natura del presidente Usa.
«Certo, però la Cina ha dimostrato di saper reagire. Appunto con i limiti alle terre rare e lo stop all’acquisto di soia. Trump mira a togliere queste misure. Allora diremo che è cambiato poco rispetto alla situazione pre-dazi».

Che la bilancia commerciale Usa rispetto ai mercati concorrenti e fornitori sia squilibrata è un dato di fatto. Si può dire quindi che i dazi hanno un senso?
«Un elemento razionale, in effetti, c’è. Nel corso dei decenni, l’Occidente ha delocalizzato la sua produzione industriale. La Cina è stata molto capace a trarne vantaggio. È così che è diventata la manifattura più importante del mondo. Oggi un cambio di rotta è inevitabile. Serve però una politica industriale. Che, a sua volta, richiede progettualità e tempi lunghi di applicazione».

Sono degli ostacoli per gli Usa?
«La pazienza non è la dote primaria di Donald Trump. Il suo approccio sui dazi si è rivelato molto superficiale. Perfino Biden è stato più efficace. Ha saputo aiutare l’industria americana con dei programmi precisi, peraltro approvati dal Congresso, che hanno fatto da stimolo agli investimenti, con un impatto non solo di breve termine e una prospettiva di cui sta beneficiando anche Trump».

Ma, insomma, i dazi servono o no?
«I dazi hanno un’utilità se applicati nel contesto di politiche economiche ragionate. Per alcuni settori possono avere un senso. Applicati in modo indiscriminato sono un danno. L’intreccio Usa-Cina, per esempio, è talmente complesso che per scioglierlo ha bisogno di tempi lunghi e comporta costi immediati».

Nel rilancio del manifatturiero americano cos’è più pericoloso? I dazi o le politiche di anti-immigrazione che bloccano l’ingresso di nuovi talenti negli Usa?
«Gli immigrati in Usa non sono tutti ingegneri. Questo va detto. C’è anche un’immigrazione di minore qualità, in termini professionali, che però ha alimentato il mercato del lavoro negli ultimi anni. Oggi, negli Stati Uniti, l’occupazione non cresce e guarda caso non entrano più persone. O comunque meno che in passato. Non è facile prevedere dove si andrà. Vanno considerati poi fattori come l’automazione e l’Intelligenza Artificiale, che forse possono colmare i vuoti occupazionali. Ma solo in parte».

Il richiamo alla tecnologia rimanda a TikTok, uno dei dossier più delicati nei rapporti Usa-Cina.
«TikTok resta molto utile a Trump. Lo è stato in campagna elettorale. Lo è ancora oggi. Ha ignorato Congresso e tribunali che avevano deciso il blocco dell’app. Adesso un accordo sembra possibile. L’opzione di Pechino sarebbe farla passare come una vittoria per Trump che però al regime non costa più di tanto».

Fuori dall’accordo resta Taiwan.
«La Cina vuole che Trump si pronunci in modo neutro o morbido contro l’indipendenza di Taiwan, non a livello filosofico ma pragmatico. Una dichiarazione di Washington contraria all’indipendenza immediata di Taipei sarebbe già una vittoria per Xi».

Così si torna all’imprevedibilità di Trump. Pechino quanto può fidarsi?
«Trump si presenta come un portatore di pace. Questo può influire. D’altra parte, gli Usa stanno costruendo una complessa rete di accordi multipli con i loro partner regionali in funzione anti-cinese. Con Corea del Sud, Giappone, Australia e altri, confermando che l’Indo-Pacifico è il loro quadrante di riferimento».

Quindi Medio Oriente e Ucraina che posizione hanno?
«Washington mira a riprendere i rapporti economici con la Russia. Ecco perché l’Ucraina è un ostacolo. Il conflitto andrebbe chiuso in tempi rapidi. Anche il Medio Oriente è un problema. Qui la cornice degli Accordi di Abramo non può essere risolutiva, perché si ignora il problema dei palestinesi. La capacità di Trump di imporsi su Netanyahu come sui Paesi arabi può risultare meno forte di quanto crede il presidente americano».

Andiamo negli Usa. Trump e i repubblicani sono solidi nei consensi. C’è però un astro nascente nel mondo democratico. Zohran Mamdani si avvia a essere il prossimo sindaco di New York. È un’alternativa sostenibile al dilagare del Gop?
«La vittoria di Mamdani è probabile, nonostante le preoccupazioni sulle sue posizioni definite socialiste. La sua è stata una campagna elettorale impostata sui problemi della quotidianità della vita nella Grande Mela. Lontano dall’ideologia».

Però serve l’appoggio dell’ideologia di Ocasio-Cortez e Bernie Sanders.
«Quella di Mamdani è una linea populista di sinistra che convive naturalmente con quella di Ocasio-Cortez e Sanders. Parlando però dei problemi del mondo reale, Mamdani si è rivolto anche all’elettore moderato. Questo lo ha reso meno radicale».

Concludiamo con il governo Meloni. Il rapporto privilegiato con la Casa Bianca è un’arma a doppio taglio se osservata dalla prospettiva europea?
«Giorgia Meloni fa bene a sfruttare l’affinità politica con l’Amministrazione Trump. Per quanto alle volte il rapporto sia apparso un po’ scomodo. Il presidente Usa la tira a sé nelle sue trappole sui social. Lo si è visto sull’Ucraina e sui dazi. Meloni non ci è cascata, però, facendo capire di voler restare nel perimetro europeo. Tuttavia, non bisogna aspettarsi troppo. I vantaggi di una buona amicizia con gli Usa sono enormi per l’Italia. Ma Trump è sempre Trump».