L'atlante del disordine
Spese per la Difesa, tabù sfatato ed Europa pronta al riarmo. I messaggi lampanti da Merz a Mattarella
Il 2025 sta volgendo al termine, e non sarà di certo ricordato come un anno memorabile: le guerre che infestano il mondo sono svariate, le incertezze incalcolabili, le paure crescenti. I pilastri che hanno regolato le nostre vite dal dopoguerra ai giorni nostri sembrano sciolti, irreversibilmente. Il dato più evidente è che gli USA rinunciano alla leadership del mondo libero, adeguandosi alla logica mercantilistica dei rivali cinesi. E così, mentre l’Ucraina si appresta ad entrare nel quarto anno di guerra contro l’invasore russo, noi europei siamo posti di fronte ad un interrogativo esistenziale: difenderci uniti, o soccombere divisi?
Non siamo davanti ad una parentesi temporale
Non siamo più sotto la tutela di nessuno. E non dobbiamo illuderci di essere davanti a una parentesi temporanea, resettabile dopo le elezioni di Midterm del 2026 o, al massimo, nel 2028. Il burden sharing degli Stati Uniti in merito alla sicurezza europea è un fenomeno più significativo delle presidenze di turno, iniziato con Obama e destinato a continuare dopo Trump. Dunque, è necessario “fare da noi”. Non a caso, a segnare il dibattito continentale è stata certamente la presentazione, da parte della Commissione Ue, del piano Rearm Europe, poi ribattezzato Readiness 2030. Approvato dal consiglio europeo del 12 marzo, il piano è rivolto ai singoli stati ed è finalizzato al rafforzamento della capacità di protezione dei paesi membri, tramite investimenti strategici. La misura, contenuta nel “Libro bianco sulla prontezza difensiva europea per il 2030”, si sviluppa essenzialmente in due direttrici: 150 miliardi di euro di prestiti garantiti dalla BEI e 650 miliardi in quattro anni come margine di spesa eccedente il Patto di stabilità. Come detto dal PM polacco Tusk a margine dell’ultimo Consiglio: “soldi oggi, o sangue domani; e non vale solo per l’Ucraina, ma per l’intera UE”.
Il cambio di paradigma tedesco
A spingere più di tutti per questo cambio di paradigma è stata la Germania, oggi guidata da Friedrich Merz. Già dal 2022, quando l’allora cancelliere Olaf Scholz pronunciò il discorso della Zeitenwende, “svolta epocale” in materia di armamenti, la traiettoria appariva chiara. Con il cristianodemocratico Merz, il processo sta subendo una decisa accelerazione. Dopo aver modificato la costituzione nel marzo 2025, con un voto trasversale che esclude le spese militari dal principio del “freno al debito”, il governo procede a tappe forzate verso l’obiettivo di allocazione annua del 3,5% del Pil in spese per la difesa, fissato nel 2029. L’inversione di rotta è drastica e l’obiettivo è chiaro: costituire l’esercito convenzionale più forte d’Europa. La questione della difesa non è tuttavia risolvibile solamente sul piano militare, senza considerarne le ricadute culturali.
Le spese per la difesa
Non solo il governo tedesco, ma tutti i governi europei sono chiamati allo scomodo compito di comunicare efficacemente le nuove spese trasmettendo la rinnovata necessità di protezione e autotutela delle nazioni e dell’Unione. Come detto dal Presidente Mattarella: “le spese per la difesa sono da sempre poco popolari, ma oggi quanto mai necessarie”. Per questo, estendendo la visione oltre l’aspetto meramente economico, a dover essere ricostruito è proprio il sentimento collettivo a protezione della propria comunità e dei propri valori di riferimento, soprattutto tra le nuove generazioni. Non è un caso che dalle note di quasi ogni ministro della Difesa europeo -dal polacco Kosiniak-Kamysz al tedesco Pistorius, fino all’italiano Crosetto -emerga la necessità di allargare i ranghi dei servizi di leva. Il bisogno è duplice: aumentare gli effettivi addestrati all’intervento; e attrarre i migliori talenti impiegabili sui terreni della cyber-sicurezza e della guerra cognitiva. Il conflitto ucraino lo ha reso evidente: la guerra non si combatte solo con il piombo sul campo, ma nella mente delle persone. Se non avviciniamo le risorse più valide alla causa comune di protezione, la sfida con gli Stati canaglia è persa in partenza.
Concludendo il ragionamento sull’Europa che è tornata a parlare di difesa, non bisogna tuttavia dimenticare di parlare di Europa. I riarmi nazionali devono essere preludio della definitiva integrazione difensiva dell’UE. Consci che solamente un’autonomia militare credibile può garantire una piena autonomia politica europea. Scaldata, come diceva De Gasperi, dalla solidarietà reciproca dei popoli. Unico vero baluardo per la pace, la vera pace da noi tutti desiderata.
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