Spionaggio fake nei pc dei magistrati, Serracchiani strumentalizza l’inchiesta di Report: l’interpretazione che travisa la realtà

Debora Serracchiani PD in occasione della seduta straordinaria sulla situazione nelle carceri. Camera di Deputati a Roma Giovedì 20 March 2025 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Debora Serracchiani PD on the occasion of the extraordinary session on the situation in prisons. Chamber of Deputies in Rome Thursday 20 2025. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

L’intervento di Debora Serracchiani alla Camera dei Deputati il 21 gennaio rappresenta uno degli esempi più evidenti di come un’inchiesta giornalistica possa essere piegata, addomesticata e infine stravolta per costruire una narrazione politica del tutto scollegata dai fatti. Nel suo intervento, Serracchiani ha lasciato intendere che nel 2024 il governo, su precisa indicazione di Palazzo Chigi, avrebbe deliberatamente deciso di installare un software capace di controllare – nel senso di spiare – da remoto tutti i computer dei magistrati italiani: “… abbiamo appreso da Report di un’inchiesta da cui emergerebbe che tutti i pc dei magistrati italiani sono sottoposti a controllo remoto e che questo sarebbe avvenuto dal 2024 su indicazione precisa di Palazzo Chigi…”.

Un’accusa di gravità estrema, che se fosse fondata configurerebbe un salto di qualità inquietante nel rapporto tra esecutivo e magistratura. Il problema è che questa ricostruzione non corrisponde a quanto emerso dall’inchiesta di Report, che Serracchiani dice di richiamare. L’inchiesta giornalistica, per quanto meritevole di attenzione e chiarimenti, racconta una realtà molto diversa. Report parla dell’esistenza, all’interno dei sistemi informatici dell’amministrazione giudiziaria, di un software di gestione remota sviluppato da Microsoft, noto, diffuso e utilizzato da anni in moltissime aziende private e pubbliche amministrazioni. Si tratta di uno strumento che serve principalmente a effettuare aggiornamenti, configurazioni e manutenzione dei computer a distanza, evitando che un tecnico debba recarsi fisicamente davanti a ogni singola macchina. Nulla di clandestino, nulla di eccezionale, nulla che nasca come strumento di sorveglianza.

L’attenzione dell’inchiesta si concentra su un punto preciso: la possibilità teorica, tutta da dimostrare nei fatti, che uno strumento di questo tipo possa anche essere utilizzato impropriamente per accedere ai computer senza che l’utente se ne accorga. Possibilità tecnica, non prova di un uso illecito; rischio potenziale, non accertamento di uno spionaggio in atto. Report non afferma che i magistrati siano stati spiati, non dimostra che qualcuno abbia controllato i loro computer, non documenta alcun ordine politico volto a sorvegliare l’attività giudiziaria. Si limita a porre un problema di sicurezza e trasparenza, come è legittimo che faccia il giornalismo d’inchiesta.

C’è poi un altro elemento decisivo, completamente travisato nell’intervento in Aula: il fattore temporale. Secondo quanto riportato da Report, il software in questione risulterebbe installato già dal 2019, dunque ben prima del 2024 e dell’attuale governo. Il 2024 è semmai l’anno in cui una procura, quella di Torino, avrebbe sollevato dubbi e chiesto chiarimenti sul sistema. Qui si è ulteriormente piegata la realtà dei fatti, manipolando date e accadimenti, per poter dare la colpa al governo attualmente in carica. La ricostruzione addomesticata della deputata fa sì che da una questione tecnica – reale, delicata, ma circoscritta – si passi a una rappresentazione apocalittica in cui il governo avrebbe deciso di installare uno strumento di controllo di massa contro i magistrati.

Che la vicenda meriti chiarimenti è fuori discussione. Che sia legittimo interrogarsi sulla sicurezza informatica degli uffici giudiziari è altrettanto evidente. Ma è profondamente scorretto – e politicamente irresponsabile – alterare fatti non accertati per costruire l’immagine di un governo che spia deliberatamente la magistratura. Così facendo non si tutela l’indipendenza della giustizia, la si usa come arma retorica. Il livello dello scontro politico, in questo caso, appare ormai parossistico: non si discutono più i fatti per quello che sono, ma li si deforma fino a renderli funzionali a una narrazione precostituita. E quando si arriva ad accusare un governo di aver installato uno “spyware di Stato” senza che ciò risulti dall’inchiesta citata, si svilisce il dibattito parlamentare e la dignità dell’aula che lo ospita.