La guerra dei dossier non si placa mentre la lista dei 104 di Bellavia si tinge di giallo
Dossieropoli, la strana indagine sull’Autority che aveva multato Report per Sangiuliano. Alta tensione su Cafiero De Raho e spunta la misteriosa lista Bellavia
Tre fronti aperti. Tre battaglie che non vivono in compartimenti stagni. Il caso Striano, tornato al centro dopo la relazione della Commissione parlamentare Antimafia; il caso Bellavia-Report, scivolato dal racconto mediatico a un fascicolo giudiziario sempre più denso; e l’indagine sull’Authority Privacy, che ha colpito il vertice dell’organo chiamato a tutelare i dati sensibili. Sembra quasi di assistere a una guerra silenziosa su accesso alle informazioni, uso disinvolto dei dati, intrecci opachi tra apparati dello Stato, professionisti e circuito mediatico. Una guerra combattuta a colpi di dossier.
Caso Striano
La relazione depositata dalla Commissione Antimafia sul “sistema Striano” non archivia nulla. Al contrario, apre una faglia. Quasi duecento pagine che parlano di «anomalie» e descrivono un meccanismo strutturato, non una deviazione individuale. Al centro resta Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio al Gruppo Sos della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Ma il perimetro, pagina dopo pagina, si allarga. La maggioranza individua responsabilità organizzative e punta il dito contro l’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, oggi deputato del Movimento 5 Stelle. Le opposizioni parlano di uso politico della Commissione e di macchina del fango. Il risultato è un corto circuito istituzionale: l’Antimafia diventa terreno di scontro, non luogo di sintesi. A riaccendere i riflettori è tornato Matteo Renzi, che rivendica di essere stato «la prima vittima» del sistema e annuncia iniziative «in tutte le sedi». La sua accusa è netta: qui non è lesa una singola reputazione politica, ma «la dignità e la credibilità delle istituzioni».
A irrigidire ulteriormente lo scontro sono poi le parole di De Raho, che ha definito la bozza di relazione un attacco politico personale, arrivando a paragonarlo alle minacce subite in passato dai casalesi. Una presa di posizione giudicata inaccettabile dalla maggioranza.
«Le dichiarazioni di De Raho attestano cattiva fede. Da componente della Commissione conosce perfettamente l’iter che ha portato a questa relazione. Gli elementi emersi sono inquietanti perché non ci sarebbe stato un “caso Striano” senza una debolezza sistemica nei controlli dell’ufficio di cui era responsabile. Questo è un dato di fatto, non un’accusa. Grazie al lavoro della Commissione e della presidente Colosimo oggi si conoscono dettagli rimasti nell’ombra troppo a lungo, e Fratelli d’Italia intende proseguire sulla strada della verità», dichiara Salvo Sallemi, vicepresidente di Fratelli d’Italia e componente della Commissione Antimafia. Il punto politico resta questo: l’inchiesta ha fatto emergere una fragilità sistemica nei controlli. Senza quella falla, il caso Striano non sarebbe mai esploso.
Caso Bellavia
Qui la storia cambia registro, ma non direzione. Non c’è un finanziere infedele, ma un’ombra opaca che si allunga dallo studio professionale di Bellavia ai suoi committenti, forse personaggi noti al grande pubblico. Una vicenda dai tratti inquietanti, che rischia di diventare la più grande spystory giudiziaria e mediatica dei nostri tempi. Di Valentina Varisco, 42 anni, commercialista denunciata da Gian Gaetano Bellavia per furto di dati sensibili, si sa pochissimo. Nessuna esposizione pubblica. Eppure Varisco ha lavorato accanto a Bellavia per quindici anni. Un rapporto fiduciario lungo, poi spezzato. Bellavia è volto noto della televisione, consulente di almeno 19 procure, presenza fissa a Report. Lei era una collaboratrice chiave. L’accusa è pesantissima: un presunto furto di un milione di file sottratti dal pc dello studio Bellavia-Ferradini. Varisco, difesa dall’avvocato Andrea Puccio, nega ogni addebito. Non è ancora stata sentita dagli inquirenti. Dopo la citazione diretta a giudizio della pm Paola Biondolillo, la prima udienza predibattimentale è fissata per il 10 luglio a Milano. Campa cavallo…
Il nodo vero, però, è il famigerato “papello”. Trentasei pagine, senza firme né timbri, con 104 nomi di soggetti vip, finite — non si sa come — nel fascicolo d’indagine. Da dieci giorni si discute ossessivamente del caso Varisco-Bellavia. Ma nessuno ha mai visto quella lista. Nessuno conosce quei 104 nomi. Nessuno può verificarne la portata o l’uso. Un paradosso clamoroso: un documento che orienta accuse, esposti e indagini resta integralmente opaco. C’è un esposto del Garante per la Privacy. C’è Maurizio Gasparri, deciso a chiarire una possibile fuga di notizie verso la redazione di Report. E c’è la stessa Varisco che chiede di indagare su quel papello, sostenendo che la sua compilazione sarebbe riconducibile a Bellavia. La domanda resta sospesa: chi, come e perché ha fatto entrare quel documento anonimo nel fascicolo delle indagini preliminari, peraltro in modo tale da non lasciarne traccia?
Indagine su Authority Privacy
Le perquisizioni e l’indagine sul collegio del Garante per la Privacy sono l’ultimo atto di uno scontro durissimo tra Report e l’Autorità. Tutto nasce il 23 ottobre, con la sanzione da 150 mila euro alla Rai per la diffusione dell’audio Sangiuliano-Corsini sulla vicenda Boccia. «Qualcuno sta armando il Garante per punire Report e lanciare un segnale esemplare», accusa Sigfrido Ranucci. Da lì lo scontro si inasprisce: le immagini di Agostino Ghiglia nella sede di Fratelli d’Italia alla vigilia della sanzione, i messaggi ricevuti dall’ex ministro Sangiuliano, le accuse di conflitti di interesse, le sanzioni attenuate, le spese contestate.
Nel mirino finiscono anche il presidente Pasquale Stanzione e altri componenti del collegio. Dopo il rifiuto di dimettersi, due mesi fa ha fatto un passo indietro il segretario generale dell’Autorità, Angelo Fanizza, dopo la scoperta di un tentativo di estrazione delle email dei dipendenti per individuare una presunta talpa. Ora la vicenda entra nella fase giudiziaria. Con un paradosso evidente: l’organo che dovrebbe presidiare la tutela dei dati è chiamato a difendersi da accuse che colpiscono proprio la sua credibilità. Striano, Bellavia, Privacy. Abbiamo un problema, con i dossier. Le banche dati sono vittime di troppi data breach, Non tanto e non solo informatici, no. Sono vittime di troppe mani che spostano dati e informazioni. Il dossieraggio è diventato una pratica. Talvolta illegale, spesso opaca, quasi sempre tollerata finché serve. Perché almeno a qualcuno, serve. Produce delegittimazione, orienta narrazioni, indebolisce le istituzioni.
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