Taghi Rahmani: “Il regime in Iran vuole isolare mia moglie”. La sofferenza in carcere di Narges Mohammadi

«Obiettivo del regime è isolare Narges Mohammadi dalla società iraniana». Il giornalista e attivista Taghi Rahmani – definito dalla Ong Reporters sans frontières “il giornalista più spesso incarcerato” – prende posizione di fronte all’ennesima condanna della moglie Narges Mohammadi, ingegnere, attivista e Premio Nobel per la Pace: sei anni di prigionia per “assembramento e collusione contro la sicurezza nazionale” e un anno e mezzo per “propaganda contro il regime”.

Rahmani, nuova condanna comminata a Narges Mohammadi. Quali sono le sue considerazioni al riguardo?
«È evidente come, in Iran, un’attivista per i diritti umani, nonché Premio Nobel per la Pace, sia sottoposta, per diverse ragioni, a maggiori pressioni. Innanzitutto, le sue opinioni e rimostranze hanno una risonanza internazionale. In secondo luogo, stiamo parlando di un’attivista in grado di riunire le persone e che in passato ha dato vita a molteplici organizzazioni. Il regime, quindi, cerca di tenerla reclusa il più a lungo possibile per impedirle qualunque tipo di rapporto con la società; inoltre, proprio perché la sua posizione riguarda il superamento della Repubblica Islamica, quest’ultima si dimostra particolarmente dura nei suoi confronti, come testimoniato da ciò a cui abbiamo assistito a Mashhad».

Per quali ragioni Narges ha rifiutato la difesa in tribunale?
«Dato che Narges considera i processi della Repubblica Islamica come delle farse, ed è consapevole del fatto che le condanne siano prestabilite e la difesa non sortisca alcun effetto, semplicemente non si presenta alle udienze in segno di protesta e, qualora la costringano con la forza a presenziare, rimane in silenzio. In Iran, l’autorità giudiziaria non è indipendente, ma al servizio della Guardia Suprema, che ne seleziona i vertici; gli inquirenti, inoltre, sono subordinati agli organi di sicurezza, ovvero al Ministero dell’intelligence e ai Guardiani della Rivoluzione Islamica. In realtà, sono queste strutture a stabilire le condanne degli accusati. Io stesso ho subìto in prima persona questo meccanismo, in quanto sono stato interrogato dagli inquirenti dell’intelligence, che, ripeto, non sono responsabili davanti all’autorità giudiziaria».

Le condizioni fisiche di Narges risultano essere piuttosto delicate: una detenzione prolungata potrebbe rappresentare un serio pericolo per la sua vita?
«Durante gli ultimi cinque anni che Narges ha trascorso in carcere, ha sofferto di svariate malattie. Al momento, lamenta problemi polmonari; in precedenza era stata sottoposta ad angioplastica coronarica, ma anche oggi le sue arterie sono parzialmente ostruite e deve essere costantemente monitorata. Soffre di pressione alta, il che, nelle sue condizioni, è molto pericoloso e deve essere tenuta sotto controllo. Ha subìto, inoltre, un trapianto osseo. Al momento del suo ultimo arresto, è stata bloccata e picchiata da una ventina di individui, riportando diversi danni fisici. In questo periodo, a Mashhad, è stata condotta due volte in ospedale. Ritengo che Narges non goda di buone condizioni di salute e che debba essere liberata, al pari di tutti i prigionieri politici e di coscienza reclusi in Iran».

Non si arrestano la repressione e le morti dei manifestanti: come crede che potrebbe evolversi la situazione?
«La Repubblica Islamica ha temuto un rovesciamento: per questo ha agito con forza, provocando eccidi senza precedenti e una profonda crisi nella società iraniana. Il governo persevera nella repressione, ma, così facendo, si troverà in futuro a dover affrontare problemi a cui non sarà in grado di dare risposta. Ritengo quindi auspicabile un cambiamento messo in atto dal popolo iraniano, al fine di ottenere libertà e democrazia. Puntiamo al potenziamento della società civile, fondamento delle aspirazioni repubblicane».

[Si ringrazia per la collaborazione Leyla Mandrelli]