Un giovane operaio dell’indotto è morto in ospedale dopo essere caduto da dodici metri nel reparto Agglomerato dello stabilimento siderurgico di Taranto. Non è una leggenda popolare, ma è certo che sull’acciaieria ex Ilva sembri gravare una sorta di maledizione da quando, nel 2012, la magistratura sequestrò l’area a caldo per inquinamento ambientale. All’epoca l’Ilva era nelle mani private della famiglia Riva, che l’aveva rilevata dalle Partecipazioni statali, cioè dall’Iri. Da allora non c’è stato un giorno di pace.

ArcelorMittal, multinazionale franco-indiana subentrata dopo la lunga fase commissariale, aveva acceso molte speranze, poi svanite a causa di una governance che considerava lo stabilimento come una caserma. Oggi si è tornati a una gestione commissariale, alle prese con mille problemi industriali: carenze nella sicurezza sul lavoro, manutenzioni rallentate dagli scarsi finanziamenti, management e tecnici spesso inadeguati. Così tutto sembra reggersi sul commissario Gianfranco Quaranta e su pochi altri provenienti dall’ex Italsider, la cui professionalità era riconosciuta in tutto il mondo. L’operaio, addetto alle pulizie e dipendente di una ditta appaltatrice, si stava introducendo in un’area interdetta quando la passerella ha ceduto, facendolo precipitare e provocandone la morte.

Una dinamica molto simile a quella costata la vita, appena un mese fa, a un altro lavoratore: anche in quel caso una pedana non sicura si ribaltò improvvisamente e l’uomo cadde nel reparto Convertitore, morendo sul colpo. La situazione è drammatica ed è difficile prevederne l’esito. La magistratura ha sequestrato l’area a caldo e l’altoforno 1 dopo l’incendio del crogiolo; inoltre è arrivata la tegola della sentenza di 54 pagine del Tribunale di Milano, secondo cui le misure attuali sono inefficaci e devono essere riscritte e potenziate entro il 24 agosto prossimo. In caso contrario, il cuore pulsante della fabbrica — l’area a caldo con cokerie, altiforni e acciaierie — dovrà fermarsi. Sarebbe la fine della produzione e, di fatto, la chiusura dello stabilimento.

Tutto ciò accade mentre è in corso la trattativa con Flacks Group, fondo anglo-americano interessato all’acquisto di Acciaierie d’Italia, che non intende abbandonare il negoziato ma pone come condizione lo scudo penale. A maggior ragione, dopo l’ennesimo incidente mortale, il fondo vorrà vederci chiaro. Intanto i sindacati hanno proclamato uno sciopero, mentre si attende una parola dalla magistratura, che per ora tace. Taranto resta così sospesa tra lutti operai, incertezze industriali e decisioni giudiziarie: un equilibrio fragile in cui ogni ritardo pesa come acciaio e ogni silenzio suona come una condanna.