Iran
Trump blinda il Golfo Persico, ma i missili iraniani fanno paura
Nella regione ci sono già 10 navi da guerra Usa e Teheran avrebbe chiesto l’aiuto di Egitto, Qatar e Arabia Saudita e della Turchia membro Nato
Donald Trump continua a blindare il Golfo Persico. Nella regione ci sono già dieci navi da guerra della Us Navy: l’ultima è il cacciatorpediniere Uss Delbert D Black, che pochi giorni fa ha passato il Canale di Suez. E tra sottomarini, la portaerei Abraham Lincoln, il suo gruppo d’attacco e gli aerei che nelle varie basi che costellano il Medio Oriente, il presidente degli Stati Uniti ora ha diverse opzioni per colpire l’Iran.
Secondo la Cnn, The Donald starebbe pensando ad attacchi aerei contro leader e funzionari della sicurezza responsabili delle migliaia di morti durante le proteste, ma in ballo vi sarebbero anche raid per distruggere i siti nucleari e i palazzi del potere della Repubblica islamica. La capacità bellica di Washington in questi giorni è sicuramente aumentata. Tuttavia, gli esperti continuano a chiedere cautela su un possibile “strike punitivo”. Come ha scritto il Wall Street Journal, l’arsenale missilistico di Teheran può infliggere colpi molto duri sia alle basi americane nella regione che ai più stretti alleati Usa, in particolare a Israele, ma anche alle petromonarchie del Golfo. I missili a corto raggio possono essere usati con i droni per attaccare le navi americane, che quindi dovrebbero allontanarsi dalle coste iraniane. Dai media iraniani sono trapelate indiscrezioni riguardo a un possibile piano degli ayatollah per chiudere lo stretto di Hormuz, il fondamentale “choke point” per il passaggio delle petroliere e che dovrebbe essere teatro di un’esercitazioni militare dei Pasdaran nei prossimi giorni. Una minaccia che torna ciclicamente ogni volta che si prospetta un’azione militare contro l’Iran.
Ma la preoccupazione degli alleati regionali c’è, specialmente dopo che da Teheran è arrivata una esplicita minaccia ai partner Usa e in particolare a Israele. Il Pentagono sta aumentando il numero di batterie antimissile per respingere eventuali ritorsioni dal cielo, soprattutto per difendere le proprie basi. Ma il rischio di una escalation inquieta anche i Paesi arabi, che non vogliono essere coinvolti nel conflitto. Egitto, Qatar e Arabia Saudita stanno cercando di mediare per evitare che Trump attacchi. L’Iran, secondo il New York Times, ha chiesto il loro aiuto, così come quello della Turchia, membro della Nato, e dove oggi è atteso il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi. Ankara sta cercando di mediare tra le due potenze, e ieri c’è stato anche un incontro tra il ministro degli Esteri Hakan Fidan con l’ambasciatore Usa in Turchia. Ma al momento, Trump non sembra intenzionato a fare clamorose marce indietro, specie dopo avere promesso alla popolazione iraniana un aiuto.
In questi giorni negli States sono sbarcati anche funzionari della difesa e dell’intelligence israeliana e saudita, interessati a capire come si stia muovendo l’amministrazione Usa in queste ore che appaiono decisive. Axios ha rivelato anche che sono tati organizzati incontri tra Khalid bin Salman, fratello minore del principe Mohammed bin Salman, con il Segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale di Trump Steve Witkoff. E la comunità internazionale sta provando a frenare l’escalation e a prevenire i possibili effetti di un’operazione che lascia ancora dubbi sulle conseguenze. Lo sta facendo la Cina. La stessa Alta Rappresentante dell’Unione europea, Kaja Kallas, fresca della designazione dei Pasdaran come “terroristi”, ha avvertito che il Medio Oriente non ha bisogno di una “nuova guerra”.
E anche la Russia, il cui presidente Vladimir Putin ha mediato tra Iran e Israele per uno scambio di messaggi, sta cercando di evitare la crisi ma si è detta pronta a evacuare il personale russo della centrale nucleare di Bushehr. Lo scorso giugno, quando i bombardieri Usa centrarono alcuni impianti del programma atomico di Teheran, Bushehr venne risparmiata. Ma nessuno può escludere che la centrale possa diventare un potenziale obiettivo se lo scopo dell’operazione sarà quello di azzerare l’intero programma nucleare degli ayatollah.
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