A dargli un nome, sarebbe la settimana delle invasioni. Una notte per bombardare Caracas, deportare Maduro e mettere le mani sul Venezuela con tanto di avvertimento alla Presidente ad interim Rodriguez (“O governi o ti fai da parte. Non ti permetteremo di continuare a sovvertire la nostra influenza americana”), e ora virata a nord sull’obiettivo Groenlandia.

Donald Trump vuole mettere le mani sulle terre rare, ne parla come di una necessità con dichiarazioni che fanno rabbrividire: “Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale”. Una “voglia” espansionistiche che l’America sente dal lontano 1867, ma che è tornata di attualità solo con la presidenza Trump e nel contesto geopolitico attuale: oggetto del desiderio USA non sono solo i ricchi giacimenti, ma anche le basi militari decisive per la difesa balistica e che si alternano alle basi russe nell’area artica, ad una distanza relativamente breve l’una dall’altra.

Accade tutto nella mattinata italiana. Dall’Air Force One, parlando con i giornalisti, Trump ha ricordato che la Groenlandia è “circondata da navi russe e cinesi ovunque” e che la Danimarca “non sarà in grado di prendersene cura“. Dall’altra parte, la premier danese Mette Frederiksen ha chiesto agli Stati Uniti di “mettere fine alle minacce contro un alleato storico“, etichettando la volontà statunitense come assurda, ricordando che esiste già un accordo di difesa tra Danimarca e Usa che garantisce a Washington un ampio accesso all’isola e che Copenaghen ha investito significativamente per rafforzare la sicurezza nell’Artico.

Minacce e azione: a Trump bastano poche parole, gli storici casi Americani di Panama, Hawaii e Porto Rico ai suoi occhi sono medaglie al valore che ora cerca di eguagliare sotto lo sgomento internazionale, timido nel prenderne le distanze. E pensare che solamente alcuni mesi fa era in lizza per il Nobel della Pace.

Redazione

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