Kevin Warsh è il nuovo presidente della Federal Reserve. L’ha deciso Donald Trump con un colpo di Truth. Già membro del Board of governors della Fed tra il 2006 e il 2011 (con presidente Bush jr.), Warsh taglia il traguardo in maniera un po’ inaspettata. Hassett, Waller e Rieder erano gli altri candidati, con il primo dato per certo. Ne parliamo con Fedele De Novellis, economista del think tank Ref Ricerche.

Professore, la notizia arriva proprio all’inizio di questa intervista. Cosa possiamo dire?
«Kevin Warsh, a prima vista, non è un fedelissimo pronto ad abbassare i tassi ogni volta che lo chiederà Trump. Sarà suo interesse far vedere ai mercati che la Fed è indipendente e che si sono sbagliati. Trump, a sua volta, non dovrebbe chiederglielo. Proprio per smentire anche lui tutte le critiche sui suoi tentativi di controllare l’istituzione finanziaria. Questo ci porta a prevedere una certa stabilità dei tassi. Anche perché, tutto sommato, il quadro economico degli Stati Uniti non sembra richiedere dei tassi di interesse più bassi».

Ma infatti, questi tassi servono davvero più bassi?
«Concentriamoci sull’inflazione. Ne abbiamo avuta meno di quello temuta dopo i dazi. Per via dei normali tempi di reazione. Da quando viene acquistato un prodotto a quando viene messo sul mercato, i tempi di traslazione dei prezzi lungo le supply chain sono lunghi. C’è poi da aggiungere l’incompletezza delle rilevazioni. A tutto il 2025, di molte merci si avevano le proiezioni e non i prezzi reali a causa dello shutdown che ha limitato molte attività della Pubblica amministrazione Usa. Si è fatto inoltre molto frontloading (l’acquisizione di prodotti di importazione in anticipo rispetto alla data di introduzione delle tariffe doganali, Ndr). Insomma, i tassi sono arrivati sull’inflazione per la metà di quello che i dazi potrebbero comportare e per delle buone ragioni».

Quindi quali previsioni possiamo fare?
«L’incognita è appunto relativa a quest’anno. Ricordiamoci che lo shutdown ha interrotto le rilevazioni. Molti prezzi che nell’inflazione di fine 2025 erano stimati ora non sono neanche rilevati. Bisogna stare attenti e aspettare le stime di febbraio-marzo».

E allora torniamo ai tassi.
«A mio giudizio, non c’è motivo di abbassarli. Tanto più con l’inflazione sì bassa, ma più alta degli obiettivi della Fed. Ora è al 2,7%, perché abbassare i tassi quando il tuo obiettivo è il 2%? Poi c’è la questione della congiuntura economica americana, su cui pesa l’incertezza. Da una certa prospettiva, sembra che ci siano le peggiori disgrazie del mondo a portata di mano. Da un’altra, c’è entusiasmo diffuso. Penso all’intelligenza artificiale, agli investimenti in nuove tecnologie, alla borsa. C’è un boom di ricchezza finanziaria e consumi. Se però guardiamo gli occupati e il clima di fiducia delle famiglie, sembra che siamo in recessione. Il 2026 sarà un anno in cui capiremo che rotta prendere».

Warsh subentrerà a Powell solo a maggio. Cosa possiamo aspettarci da questi mesi di interregno?
«Sarà un periodo di passaggio che ci permetterà di avere le idee più chiare su quanto davvero l’economia stia tenendo e se l’inflazione sta scendendo davvero. Potremmo trovarci anche in una situazione imbarazzante per la Fed, con l’economia che rallenta e l’inflazione che resta alta».

L’indipendenza della Fed e lo shutdown possono essere visti come la dimostrazione che, in realtà, Trump non riesce a controllare tutte le istituzioni come vorrebbe e che il deep state comunque c’è?
«Ci sono degli elementi del sistema che sembrano funzionare. Del resto, di Trump è sempre difficile distinguere tra quello che dice, quello che fa e dove vuole arrivare. Su alcuni versanti è andato un po’ troppo oltre. Ma è anche arretrato tante volte. Forse perché vede che i mercati la prendono male. Personalmente dico che ogni tanto ci vorrebbe un freno. Può essere che lo tiri proprio il nuovo presidente della Fed. Chi lo sa?».

Stando a Goldman Sachs, la Cina sta riducendo significativamente le sue riserve di titoli del Tesoro Usa. Intanto accumula riserve oro. Che segnale è?
«Del fatto che si ha sempre meno la percezione che il dollaro sia un buon investimento. E così si passa a una riserva più stabile. Del resto, entro i prossimi due anni il deficit pubblico Usa sarà il 7% del Pil. A noi italiani hanno fatto una testa tanta per il 3%. Previsioni del genere dicono che o c’è un sacco di inflazione che va a svalutare il debito, oppure bisogna spiegare come si sostiene quel deficit così alto se le aspettative sono di un’inflazione bassa. Banche centrali e investitori privati cominciano a chiedersi quale sia l’alternativa al dollaro. La risposta è che non c’è. Le monete asiatiche e lo stesso euro non hanno quella forza. Da qui la necessità di rimettersi ai metalli preziosi».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).