Nella giornata di martedì, il Presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo destinato a generare discussioni molto lunghe, anche perché, con tutta probabilità, fioccheranno i ricorsi contro di esso. Si tratta di un ordine volto a limitare in modo sensibile le possibilità di sfruttare lo strumento del voto per posta in tutto il territorio degli Stati Uniti, tramite la creazione di una lista federale di elettori “in regola” e, utilizzando il servizio postale, garantire lo strumento del voto per posta solo ai cittadini presenti in questa lista, aggiungendo anche altri elementi in grado di rallentare o scoraggiare il voto per corrispondenza.

È un passo senza precedenti, che non è però del tutto inaspettato: il Presidente, infatti, da tempo stava premendo sui propri parlamentari affinché si impegnassero per passare il SAVE Act, che prevede di dover necessariamente presentare, al momento del voto, una prova documentale di identità, come ad esempio un certificato di nascita o un passaporto. La legge, dicono istituti specializzati come il Fair Elections Center e il Brennan Center, limiterebbe sensibilmente la libertà di voto per alcune categorie come, per esempio, le donne sposate, che spesso cambiano il proprio cognome, perdendo la possibilità di dimostrare la propria identità tramite un documento. In un Paese in cui circa la metà dei cittadini non è in possesso di un passaporto, soprattutto in tanti Stati guidati dai repubblicani (si pensi agli Stati del profondo Sud), è chiaro che una legge di questo tipo potrebbe avere delle conseguenze enormi sulla libertà di voto.

I repubblicani sostengono che la legge sia necessaria per bloccare gli immigrati irregolari, ancora non cittadini americani, dal poter votare. Secondo un’indagine condotta dallo Stato del Michigan, però, le circostanze in cui, credibilmente, un irregolare abbia votato in modo illegale sarebbero 16, molto poche rispetto ai quasi 6 milioni di voti registrati nelle elezioni del 2024 nello Stato. Dato che, con tutta probabilità, il SAVE Act non riuscirà mai a raggiungere i 60 voti necessari per essere approvato dal Senato, il Presidente forza la mano proponendo qualcosa di molto simile, o quantomeno dalle conseguenze potenzialmente ugualmente gravi. La crociata contro il voto per posta è una lunga battaglia trumpiana, che non ha comunque impedito al Presidente di utilizzare lo strumento per votare nelle recenti elezioni suppletive in Florida, dove i repubblicani hanno perso un seggio alla camera statale in un territorio che comprende proprio il resort di Mar-A-Lago.

La Costituzione degli Stati Uniti, inoltre, non prevede in alcun modo un’ingerenza presidenziale nelle modalità con cui vengono regolate le elezioni. Le regole per le elezioni, infatti, possono essere determinate dai singoli Stati, con il Congresso (e mai il Presidente) che può tuttalpiù stabilire degli standard. Questa previsione si estrinseca in diversi modi: ad esempio, in Oregon si vota esclusivamente per posta, anche al fine di aiutare la popolazione rurale; i singoli Stati, con il processo di gerrymandering, stabiliscono autonomamente i confini dei loro seggi per la House of Representatives. Esponenti democratici, ad esempio Gavin Newsom in California, hanno annunciato di voler portare in tribunale l’ordine esecutivo, dove con tutta probabilità verrà dichiarato incostituzionale, al netto di clamorosi (ma estremamente improbabili) ribaltoni da parte della Corte Suprema.

Michele Luppi

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