Politica
Un processo giusto, equilibrato e credibile: lo dobbiamo soprattutto a Enzo Tortora
Caro Direttore,
approfittando dello spazio che mi concede, per il quale la ringrazio, faccio anche io qualche riflessione sulla riforma della giustizia appena approvata dal Parlamento. Ho letto con attenzione l’articolo scritto da Giorgio Gori, persona alla quale mi lega un sentimento di stima. A lui e a chi ci legge vorrei dire la mia su questa riforma, sul perché la ritengo non solo importante, ma indispensabile, per il nostro sistema giustizia. Basterebbe dire che la legge costituzionale dà finalmente piena applicazione all’articolo 111 della Costituzione, quello che stabilisce che, nel processo penale, accusa e difesa devono essere sullo stesso piano di fronte a un giudice terzo e imparziale.
Molti di quelli che si oppongono a questa riforma – non è certo il caso di Gori – stanno facendo confusione, spesso consapevolmente, e disinformazione. Si confonde, ad esempio, la separazione delle funzioni con quella delle carriere. Sono due cose diverse. Con la riforma Cartabia si era già introdotta una distinzione netta tra la funzione giudicante e quella requirente, ma non si era interrotto quel “cordone ombelicale”, quella colleganza, che lega giudici e pubblici ministeri all’interno della stessa carriera. Oggi invece quel legame viene definitivamente reciso, e il principio di terzietà del giudice non è più solo un auspicio, ma una realtà. Poi bisognerebbe parlare della necessità di separare anche i palazzi di giustizia, oltre che i concorsi per l’accesso in magistratura e le carriere, ma questo è un altro discorso che spero un giorno possa essere affrontato con la giusta serietà.
Torniamo però al merito della legge. Non è vero, come sostiene l’Anm per ragioni di autotutela e l’attuale centrosinistra per ragioni esclusivamente politiche, che il pubblico ministero verrà sottoposto al potere esecutivo. Questa è una falsità nell’immediato – l’articolo 104 della Costituzione riformulato mantiene inalterato il principio di autonomia e indipendenza dei magistrati – e significa fare un processo alle intenzioni, in prospettiva. Il doppio Csm non comporta una limitazione della libertà dei magistrati, ma ne rafforza l’autonomia, ciascuno nel proprio ruolo.
A chi sostiene poi che questa riforma non serva a nulla perché non affronta i problemi concreti della giustizia, come – solo per fare un esempio – la durata dei processi, rispondo che questo era chiaro fin dall’inizio. Nessuno ha mai detto che il testo approvato dal Parlamento avrebbe risolto i problemi della giustizia, ma è importante non andare fuori tema: questa riforma è necessaria perché prima del processo celere serve il processo giusto. Non possiamo costruire un treno superveloce se prima non mettiamo i binari. Una volta assicurato il giusto processo, potremo, e dovremo, intervenire con un’altra riforma su tempi, burocrazia, risorse.
L’obiettivo principale è restituire equilibrio e credibilità a un sistema che negli anni si è appesantito e politicizzato. Questa riforma è la prosecuzione coerente di quel progetto di rinnovamento avviato nel 1989 con il nuovo Codice di Procedura penale che porta il nome di Giuliano Vassalli, sostenuto allora da tutte le forze democratiche, che segnò il passaggio da un modello inquisitorio a un modello accusatorio. È il compimento di un disegno di civiltà giuridica.
Chi parla di un attacco alla Costituzione dimentica che è la Costituzione stessa a prevedere la possibilità di essere modificata. Lo dico a chi si presenta “A difesa della Costituzione”. Chi al referendum sosterrà il Sì, come farò io all’interno del Comitato Sì Separa della Fondazione Einaudi, non intende attaccare – o peggio, tradire – la Carta, tenta solo di renderla attuale. È un dovere verso i cittadini che saranno i veri beneficiari di questa misura, perché ci tengo a chiarire un punto: questa non è una riforma “contro” i magistrati, ma “per” i cittadini, per la loro libertà, per dare loro la garanzia che chi li giudica sia davvero terzo e imparziale. È una riforma che restituisce fiducia alla Giustizia con la “G” maiuscola, libera da condizionamenti e da correnti.
Ricordo bene, durante il processo a Enzo Tortora, quanta arroganza ho incontrato in certi pubblici ministeri: più che cercare la verità, sembravano convinti di possederla. Se allora le carriere fossero state separate, non so dire se quella vicenda avrebbe avuto un volto diverso, meno doloroso, ma so per certo che da lì ho iniziato la mia battaglia per arrivare alla separazione delle carriere dei magistrati. È anche per rispetto a quella lezione che oggi sostengo con convinzione questa riforma.
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