Università ebraica, Molinari ricorda: “Giocavamo a calcio con gli arabi, scontri duri. Yom HaShoah? Non rispettavano il silenzio”

Al Teatro Franco Parenti di Milano si è celebrato un anniversario che dovrebbe essere patrimonio universale: i cento anni dell’Università ebraica di Gerusalemme. Ma l’evento si è svolto nel silenzio, quasi clandestino. Il dato più sconcertante emerge dalle parole di Massimo Recalcati:Nessuna delle sette università milanesi ha aperto le proprie porte”.

Milano, città che pretende di radicarsi nella cultura dell’Illuminismo, si è negata a un’istituzione che incarna il sapere universale, fondata ancor prima della costituzione dello Stato di Israele. Il paradosso è stridente. L’università, per sua natura, dovrebbe essere il luogo della tolleranza, del dialogo, del confronto. Come ricordava Recalcati, citando il carteggio tra Einstein e Freud, il problema del fanatismo non è quello delle masse incolte: è che queste masse sono guidate da intellettuali, da cattivi maestri. La responsabilità di ogni intellettuale, in un tempo di paura e odio, è se alimentiamo il fanatismo o lo contrastiamo. L’Università di Gerusalemme rappresenta l’opposto del fanatismo. Come ha spiegato David Meghnagi- docente di Psicologia e Storia dell’Ebraismo a Roma Tre, già vicepresidente Comunità Ebraiche Italiane – è “un grande laboratorio di convivenza tra popoli e culture diverse”.

La testimonianza di Molinari

L’ateneo non è il governo d’Israele, non è la cronaca, è la storia della fusione dei popoli nel nome della cultura. Maurizio Molinari, già direttore di Repubblica e laureato a Gerusalemme, ha portato una testimonianza diretta. Ha raccontato le partite di calcio del venerdì, dopo le lezioni: ebrei da una parte, arabi dall’altra, scontri duri, aggressivi, ma alla fine ci si abbracciava. Poi ha ricordato il Yom HaShoah, quando l’università si immergeva nel silenzio per i sei milioni di ebrei uccisi. E proprio in quel momento, dai picnic dei coetanei arabi, partiva la musica rock a tutto volume. La stessa persona con cui giocavi a pallone, con cui studiavi, rifiutava di rispettare quel silenzi”. “Questo – ha detto Molinari – insegna la convivenza con l’altro, anche con quello più lontano da te, anche con quello più aggressivo. Questa è la base della scienza e della conoscenza.”

L’università voluta da Einstein, Freud e Buber

Voluta da Einstein, Freud e Buber, l’università rappresentò da subito un punto di riferimento straordinario. Meghnagi ha ricordato come Freud fosse il secondo autore più letto a Gerusalemme, dopo Herzl. La psicoanalisi veniva percepita come espressione di una nuova condizione ebraica. Il medico di Freud lo definì “ganz Jude”, interamente ebraico. L’università divenne rifugio per gli ebrei tedeschi e, dopo le leggi razziali, per luminari italiani come Enzo Bonaventura, espulso da Firenze, che creò il dipartimento di psicologia prima di essere assassinato nel 1948. Otto premi Nobel sono passati da quelle aule. I corsi si tengono in ebraico, inglese e arabo. Il 20 per cento degli iscritti è musulmano e cristiano.

Cento anni di convivenza tra culture

Il fanatismo è sempre l’effetto del miraggio dell’uno: un solo popolo, una sola lingua. La cultura nasce dove c’è possibilità del molteplice. “L’università dovrebbe essere il luogo della luce, il luogo del due”. La chiusura delle porte degli atenei milanesi tradisce questa idea. Recalcati ha risposto all’invito, con l’esclamazione “Eccomi”, che ha spiegato essere la parola antica che indica la risposta a una responsabilità. Celebrare cento anni di convivenza tra culture non è solo un dovere accademico: è resistenza civile in difesa dell’idea assoluta che il sapere- e forse solo esso – possa essere ponte tra i popoli.