La morte di Valentino Garavani segna la fine di un’epoca che ha dato forma, colore e disciplina alla moda italiana nel mondo. Aveva superato il traguardo dei novant’anni, e se ne va come una figura già consegnata alla storia, fondatore di un’idea di bellezza che ha saputo essere insieme classica e assoluta, riconoscibile e irripetibile.
Valentino non è stato soltanto uno stilista: è stato un sistema estetico, una grammatica dell’eleganza. Il “rosso Valentino”, più che una tinta, è diventato un concetto, un segno identitario capace di attraversare decenni, mode e rivoluzioni del gusto senza perdere forza. In un tempo in cui la moda corre, si frammenta e si consuma, lui ha costruito un vocabolario stabile, fondato sulla perfezione del taglio, sull’armonia delle proporzioni, sull’idea che l’abito debba nobilitare chi lo indossa senza mai sovrastarlo. La fondazione della Maison Valentino ha rappresentato uno dei momenti fondativi del Made in Italy.
Valentino ha creato uno stile che non cercava provocazione, ma durata. Le sue creazioni hanno vestito regine, attrici, first lady, ma soprattutto hanno definito un ideale femminile fatto di forza silenziosa, grazia consapevole e lusso mai urlato. Anche dopo l’addio alla direzione creativa, avvenuto nel luglio 2007, la sua presenza ha continuato a incombere come un’ombra autorevole. Valentino era il custode di un rigore che oggi appare quasi controcorrente: la lentezza del gesto sartoriale, la centralità dell’atelier, il rispetto assoluto per il corpo e per il mestiere.
In un’industria sempre più dominata dal marketing e dall’istantaneità, la sua eredità rimane una lezione di misura e responsabilità estetica. In diverse occasioni, lo stile di Valentino è stato utilizzato per lanciare messaggi di attualità, come nel caso dell’abito disegnato nel 1991 in piena Guerra del Golfo, ricoperto dalla parola “pace” scritta in 14 lingue. Con la sua scomparsa, la moda italiana perde uno dei suoi pilastri fondativi, un uomo che ha saputo trasformare il talento individuale in patrimonio collettivo. Resta un archivio immenso di forme, tessuti e immagini, ma soprattutto resta un’idea: che la bellezza, quando è autentica, non ha bisogno di essere reinventata ogni stagione. Basta saperla custodire.
