Politica
Vannacci fuori dalla Lega: un’occasione per la destra. Più pluralismo contro il mito del leader
L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega ha avuto l’effetto di uno strappo rumoroso, forse da alcuni sperato, ma soprattutto rivelatore. Non tanto, o non solo, per il profilo del protagonista e per le polemiche che lo hanno accompagnato, quanto perché ha rotto pubblicamente un tabù che da anni caratterizza la destra italiana: l’idea che il partito debba coincidere con il suo leader e che ogni differenza interna sia una minaccia da neutralizzare.
La destra italiana, nelle sue varie declinazioni, si è storicamente strutturata attorno a un’impostazione fortemente leaderista. Dal carisma personale alla centralità comunicativa, il capo del partito ha assunto nel tempo un ruolo quasi totalizzante, diventando per una parte dell’elettorato una figura messianica, investita della capacità di risolvere problemi complessi attraverso la sola forza della leadership. In questo schema, il consenso non si costruisce tanto su una visione collettiva o su un’elaborazione politica plurale, quanto sull’identificazione emotiva con un volto, un nome e uno stile.
La crescente mediatizzazione della politica ha accentuato questo fenomeno. Lo sviluppo dell’infotainment ha privilegiato le personalità individuali rispetto ai processi collettivi, rendendo il leader il principale, se non l’unico, interprete del messaggio politico. In questo contesto, il concetto stesso di “corrente” è stato progressivamente demonizzato e associato a divisioni e instabilità. Un’eredità culturale che ha portato la destra a presentarsi come monolitica, anche quando al suo interno convivevano sensibilità, storie e visioni profondamente diverse. Il caso Vannacci ha incrinato questa narrazione. La sua uscita dalla Lega non ha creato le differenze: le ha semplicemente rese visibili. Ha portato alla luce ciò che era già noto ma che non era detto, rompendo per la prima volta in modo esplicito l’immagine di un centrodestra impermeabile al dissenso interno. Ed è proprio qui che l’episodio può essere letto non come una sconfitta, ma come un’opportunità.
È proprio in questa rottura che si può intravedere un’occasione. La fine del tabù sulle differenze interne può rappresentare il punto di partenza per una riflessione più matura sul funzionamento dei partiti. Riscoprire il valore del dibattito interno, franco e pubblico, significa restituire alla politica una dimensione di elaborazione collettiva che negli ultimi anni si è progressivamente assottigliata. Le correnti, se regolamentate e trasparenti, non sono necessariamente un fattore di disgregazione, ma possono diventare un motore di dinamismo. La competizione intra-partitica, infatti, costringe le diverse anime a muoversi, a radicarsi nel territorio, a intercettare nuovi segmenti di elettorato.
Per rafforzare il proprio peso interno, una corrente deve costruire consenso reale e, in questo processo, i partiti sono spinti a uscire dalla stasi, evitando l’autoreferenzialità, e a guardare anche a mondi elettorali che, in assenza di competizione interna, rischierebbero di rimanere ai margini. Il risultato potenziale è un meccanismo virtuoso, basato sulla riscoperta della capacità di sintesi. Una sintesi che non nasce dall’imposizione del leader, ma dal lavoro politico tra visioni diverse, chiamate a trovare un punto di equilibrio. Superare l’idea del leader messianico non significa rinunciare alla leadership, ma rafforzarla, perché fondata su una base plurale e consapevole.
Non avere paura delle differenze interne, dunque, può diventare una scelta di maturità politica. Per la destra italiana, accettare il pluralismo e tornare ad esercitare la capacità di sintesi può essere la chiave per costruire partiti più solidi, più rappresentativi e, in ultima analisi, più capaci di affrontare le sfide di una società complessa. Anche a costo di abbandonare quel sogno rassicurante del leader che risolve tutto da solo: illusione questa che, come la storia politica italiana degli ultimi 30 anni ci testimonia, così facilmente si infrange sugli scogli della realtà.
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