Il sistema fieristico italiano ha chiuso il 2025 con 915 eventi, superficie espositiva in crescita del cinque per cento e un impatto economico stimato in 22,5 miliardi di euro. Numeri che hanno convinto il governo a stanziare cento milioni l’anno dal 2026 al 2028 per la promozione dell’export fieristico. Il ministro Urso lo ha ribadito all’assemblea AEFI di dicembre: le fiere sono infrastruttura strategica per la competitività del Paese. L’Italia, con 4,2 milioni di metri quadrati su cinquanta quartieri, è quarta al mondo.

Dentro questo quadro si nasconde però una fragilità che riguarda anche il nostro Veneto. La regione ospita tre poli di caratura nazionale — Verona, Vicenza, Padova — le cui superfici sommate raggiungerebbero i 270mila metri quadrati, dimensione competitiva con Düsseldorf e Parigi. Ma quel condizionale racconta tutto: i tre quartieri non hanno mai fatto sistema. Vicenza è confluita nel gruppo riminese IEG, Padova ha virato sulla vocazione congressuale, Verona presidia in autonomia i propri brand mondiali. Il polo fieristico veneto unico resta ipotesi da convegno.

Il paradosso è che il Veneto esprime marchi di assoluto rilievo internazionale — Vinitaly, VicenzaOro, Marmomac — ma li proietta nel mondo da piattaforme separate, talvolta concorrenti, senza una regia regionale paragonabile a quella che la Germania garantisce ai propri Länder fieristici. Se il cinquanta per cento dell’export italiano passa dalle fiere, come certifica AEFI, la frammentazione danneggia il potenziale veneto, ma finisce per interessare tutto il Paese.

Spritz

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