Vincenzo De Luca viene rieletto governatore della Campania il 20 settembre 2020, con il 69,5%. Nel mio libro “Virus, comunicazione e politica” (Aracne, 2021), gli ho dedicato un capitolo per analizzare le modalità comunicative con cui ha sfruttato il lockdown per arrivare a un consenso così vasto. Di seguito, la prima parte (Parte II – Parte III).
L’immagine di Vincenzo De Luca esce dalla pandemia senz’altro rafforzata. Lo dicono le rilevazioni riguardanti il gradimento dei singoli governatori, dove è secondo all’inarrivabile Luca Zaia.
Il suo elemento singolare è il suo agire nel solco di una evidentissima continuità. Se non fosse esattamente quello che mostra di essere, potremmo dire che non ha modificato di una virgola il suo personaggio rispetto al passato. Come ci ha abituato a verificare, ha preso di petto anche questa situazione di emergenza e di difficoltà. D’altronde, il suo tratto distintivo è questo. E quando, di tanto in tanto, vengono diffusi sondaggi sul debole che gli italiani hanno verso l’uomo forte , il pensiero corre anche a lui. Le peculiarità di De Luca sono di carattere linguistico-comunicativo. Il suo è un linguaggio che “resta”, nell’intervista finale Postiglione lo definisce “vernacolare”. Si sedimenta, lascia traccia di sè. Senza distinzione tra giovani (dai quali pure è molto amato) e meno giovani. Ciò è senz’altro dovuto alla forza e alla decisione, alla convinzione a volte quasi brutale con cui esprime i concetti.
Bisogna però essere lucidi. Analizzando provenienza politica e posizioni attuali, molti commentatori affermano che il governatore della Campania ha in tasca una sorta di assicurazione sulla vita (politica), che si chiama «tessera del Pd». Un concetto derivante dalla convinzione che, a parità di concetti e di espressioni utilizzate, un avversario come Salvini sarebbe stato oggetto di un fuoco di fila da parte delle opposizioni, com’è accaduto ad esempio riguardo alla vicenda delle ruspe. De Luca, invece, ha abituato tutti a essere totalmente autonomo, pure quando si tratta di lanciare dardi infuocati contro il suo stesso partito. E anche questo aspetto gli ha concesso una dose aggiuntiva di libertà di parola. È l’uomo che porta all’interno dei discorsi politici parole gergali, dialettali (si pensi a «fratacchione», su cui torneremo più avanti). È l’uomo che sdogana la parola «imbecille», categoria all’interno della quale racchiude una schiera di persone («chi non porta la mascherina è un imbecille, chi la porta e la tiene sul collo, a mo’ di ciondolo, è un imbecille doppio»), che non vengono nominate ma che si sentono chiamate in causa nell’intimo.
Il temperamento si fa strategia: il Morisi di De Luca è… De Luca
Fin qui, alcuni punti del suo parlare. Come sempre, però, alla base di tutto vi è una strategia comunicativa che De Luca, come sa chi lo segue da sempre, non ha mai modificato. In questi anni, gli analisti della comunicazione politica hanno parlato in maniera tambureggiante, vivisezionandone l’attività, della “Bestia” di Matteo Salvini, la macchina comunicativa guidata da Luca Morisi, le cui mosse gli hanno consentito di arrivare a un pubblico sempre più vasto e di dettare l’agenda. Crediamo dunque si possa dire che il Luca Morisi di Vincenzo De Luca non è altri che Vincenzo De Luca. Chiunque per lavoro si sia trovato in qualche occasione a parlare informalmente con lui, lo sa: è esattamente quello che appare in video. Non è un personaggio costruito, col talento e la capacità di centrare desideri e volontà dei cittadini. Tutt’altro. Va a bersaglio perché è autentico e capace. La sua autenticità – sembra strano dirlo in un’epoca di continui rifacimenti delle facciate – è una dote che buca lo schermo. La sua capacità sta nel saper intercettare e fare propri i sentimenti e gli umori dei cittadini, ponendosi a suo modo. Non si spiegano diversamente i risultati abnormi che ottiene nelle sue dirette, con numeri che alle volte soverchiano addirittura quelli di Trump.
Piuttosto, si può dire che ha saputo adeguare questo suo essere al momento storico. Negli anni in cui era sindaco (amatissimo) di Salerno, le sue ospitate settimanali negli studi dell’emittente locale Lira Tv erano attese come i bambini attendono Babbo Natale. Dal «graffitaro idiota» che scrive oltretutto banalità sui muri (celebre e cliccatissimo su Youtube il video «Com’è la faccia di un cretino»), al «proprietario di cani imbecille» che al Parco Pinocchio fa divertire l’animale in un’aiuola comunale. Ogni settimana ce n’era per tutti, e in pochissimo tempo De Luca aveva creato un personaggio originale, seguito e apprezzato, di cui persino Maurizio Crozza aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia (che il governatore – furbo – ha sempre manifestato di apprezzare). Ma non aveva fatto altro che esternare il proprio carattere. Il tempo ha digitalizzato anche la sua strategia comunicativa: per tutta la durata dell’emergenza, la diretta del venerdì alle 14:30 è stato tra gli appuntamenti più attesi e seguiti.
Attesa e ritualità. È questo l’asso nella manica. Sia prima che durante i monologhi. Fateci caso: De Luca non parla mai senza prima averlo annunciato, né mette in piedi dirette improvvisate, come spesso fanno invece suoi colleghi al grido di battaglia «Collegatevi, ho delle cose importanti da dirvi!». Prima negli studi di Lira Tv e oggi su Fb, i suoi interventi sono abbondantemente previsti, un po’ come la «Domenica sportiva» la domenica sera. Al massimo – ma questo è naturale e vale per tutti – ciò si può dire per delle interviste sui quotidiani, dove pure il colpo a effetto non manca mai. Ma il suo grande segreto è quello di creare un appuntamento cadenzato, una vera e propria scadenza, Un rito, insomma. A questo proposito, vale quanto scritto per Conte, con l’unica differenza che il collegamento via Fb di De Luca ha un giorno prefissato. Anche il governatore, quindi, fa leva sull’aspetto simbolico e rituale delle «grandi cerimonie dei media», in cui il carattere del rito è dominante e che, parafrasando Dayan e Katz , vengono organizzate in funzione della piattaforma social e del suo pubblico. Se oggi è venerdì, sai che dopo pranzo parla «Vicienz», e che qualche perla da consegnare agli annali la tirerà fuori, inevitabilmente. Tutto questo generare attesa crea, naturalmente, un effetto inevitabile che si chiama coinvolgimento, che in gergo si definisce engagement. Ciò motiva gli utenti a esprimere reazioni e pubblicare commenti, cioè a interagire. È il processo che conduce alla crescita della pagina. Qui vale il discorso fatto per Conte sulla costruzione del pubblico e che per De Luca vede all’orizzonte il GOTV, il getting out the vote: in Campania, la consiliatura volge al termine e, non a caso, insieme con gli altri governatori uscenti spinge per anticipare la data delle urne.
Esiste più di una ricerca sui contenuti pubblicati dai politici. In particolare, Sara Bentivegna ed Eugenia Russo hanno condotto nel 2012 uno studio sull’utilizzo che i parlamentari italiani fanno delle nuove tecnologie, in particolare del blog. È venuto fuori che la maggior parte di essi lo usa come amplificatore di ciò che è già apparso sui media tradizionali. Ecco, Vincenzo De Luca sovverte questo teorema. Considerando le sue dirette del venerdì come una sorta di videoblog, possiamo affermare che sia lui a fornire materiale fresco ed esclusivo ai media: informazioni istituzionali, passaggi politici e momenti esilaranti che a volte esondano (è capitato che abbia passato il segno). Non è questa la sede per esprimerci sui contenuti, ma possiamo dire – questo vale per De Luca come per tutti gli altri – che nei tre mesi presi in esame la qualità di ciò che viene pubblicato passa in secondo piano. Insomma, anche in questo caso il successo che il format registra è dovuto certamente, e per larga parte, alla incredibile fame di notizie e di informazioni che la gente palesa e che cerca di soddisfare presso le figure istituzionali. Non è una coincidenza che anche De Luca, che molti davano per spacciato solo a gennaio in vista delle nuove elezioni, ad aprile arrivi a tassi di popolarità e gradimento molto elevati. Questa è l’attesa prima degli interventi. Ma c’è anche un’attesa durante. La chiamiamo attesa perché è il risultato del suo modo di parlare, che alcuni definiscono teatrale e che, in quanto tale, è fatto anche di pause. Anzi, se capita di rivedere un discorso di De Luca, ci si accorge quanto le pause siano di gran lunga più importanti dei momenti di «pieno», di come conferiscano al concetto e alla parola un significato e un senso che altrimenti non avrebbero. Governator gioca molto con i silenzi, che preferisce occupare con le sue espressioni sarcastiche. Quei silenzi che non dicono nulla e invece hanno già detto tutto. La conferma arriva da uno dei maestri della recitazione e della commedia all’italiana, Carlo Verdone. «De Luca è il più grande attore italiano. Ha dei tempi di recitazione meravigliosi, in certi momenti supera i De Filippo. Ieri, mentre ovviamente ero solo a casa, ho tentato di rifare un suo discorso e con i suoi tempi . Mi ci sono impegnato e per più di mezz’ora, non ci sono riuscito! Vorrei da parte sua maggiori appelli. Lui è la commedia italiana di alto livello. E mi piacerebbe averlo come attore su un set. È spiritoso, accetterà».
Tutto questo ha anche un’origine relativa al sistema elettorale: l’abolizione delle preferenze e il ritorno a un proporzionale dominante ha portato a livello nazionale a un appiattimento tra partito e leader. Man mano che la contesa si localizza e il sistema elettorale si modifica, le campagne continuano a essere personalizzate. Capita sovente, infatti, che il partito sia espressione del candidato, anziché il contrario. Con De Luca è esattamente così: lui è uno di quei leader che assumono su di sé tutto il peso della comunicazione (e dei relativi attacchi) perché diventa un vero e proprio human brand. Thomson scrive che le caratteristiche di una figura simile sono autenticità e autorevolezza. Come abbiamo avuto modo di accennare, le peculiarità comunicative di De Luca esistevano ed erano note già da tempo. La novità che si evidenzia oggi è l’assenza di un giornalista. Quella di Lira Tv era a tutti gli effetti un’intervista, in cui un cronista metteva sul tavolo determinati temi dando il via a lunghissime risposte. Oggi, invece, i suoi sono monologhi veri e propri (che per tutta la durata dell’emergenza non hanno previsto domande dei giornalisti, la qual cosa ha causato irritazione nei vertici dell’Ordine professionale campano), in cui lui, il suo tavolo, le sue bandiere, i suoi appunti e il suo sfondo blu si fondono fino a diventare quasi una cosa sola.
Ma come detto, a nostro avviso non c’è grande lavoro preparatorio: la base c’è tutta, basta soltanto metterla nelle condizioni di uscire fuori e di arrivare al pubblico. In questo, il governatore è stato molto abile, puntando su alcuni aspetti: l’estrema decisione nell’esprimere i concetti, abbinata alla paura (una delle leve maggiori, in ogni campo) del contagio e alla grande opportunità di evitarlo; la grande attenzione del governatore alle segnalazioni – non si sa quanto reali e quanto costruite ad hoc – che provenivano dal territorio. «Qualcuno mi ha scritto qualche lettera, “ma con queste decisioni non è che noi possiamo riprendere la movida?”. La mia risposta è semplice: ma tu sei scemo o sei buono? Cioè ‘riprendiamo la movida’, ma…c’è gente che si è bevuta il cervello».
Con queste modalità di comunicazione, certamente quantomeno originali, De Luca ha valicato non solo il Garigliano, ma ha addirittura sorvolato l’Atlantico e l’Asia, atterrando negli Stati Uniti e in Giappone. Se al di là dell’Oceano è Naomi Campbell a riprendere su Instagram la performance del lanciafiamme, commentandola con un esplicito «Listen, America, listen» («ascolta, America, ascolta»), nella terra del Sol Levante finisce un video del governatore e di altri sindaci che intervengono in vario modo contro i cittadini disobbedienti . Insomma, la gravità e la grandezza della situazione, unite alla sua personale indole e al suo modo di essere e di porsi, lo hanno portato in pochi anni dalla località di una tv di Salerno alla globalità della ribalta mondiale.

