Sono le cinque del mattino del 7 gennaio 2018. È ancora buio fitto. In una villetta unifamiliare in provincia di Napoli, mentre una famiglia dorme ignara, la vita di Aniello Esposito – classe ’81, imprenditore nel settore dell’accoglienza dei migranti extracomunitari – sta per spezzarsi in due. Un bussare violento alla porta, gli agenti della DIA che irrompono con modi sgarbati, l’ordine del Gip di Catanzaro: arresto immediato. Aniello, incensurato, è accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso; avrebbe, secondo l’accusa, rimpinguato la “bacinella cirotana” tra il 2014 e il luglio 2016. In pochi minuti tutto ciò che è normale – il calore della casa, i figli che dormono, la routine del lavoro – svanisce. Lo portano al carcere di Poggioreale. Dieci giorni di isolamento. Dieci lunghissimi giorni in cui la vita sembra sospesa e l’incubo prende forma. Al Riesame gli riconoscono la carenza delle esigenze cautelari e lo collocano ai domiciliari. Ma non basta: due giorni dopo l’arresto, in carcere, arrivano tre interdittive antimafia dalle Prefetture di Napoli, Avellino e Benevento. I suoi centri vengono chiusi con effetto immediato. Il lavoro di anni cancellato in un attimo. Oltre il danno, la beffa.
Le settimane successive sono un vortice. Aniello ricorre in Cassazione e la Corte accoglie, disponendo il rinvio al Riesame di Catanzaro per carenza dei gravi indizi di reità. All’inizio di luglio 2018, davanti al collegio del Riesame, il giovane PM della DDA – interrogato dal Presidente se avesse qualcosa da aggiungere – pronuncia una sola frase, destinata a pesare come un macigno: «Esposito Aniello non poteva non sapere, quando ha deciso di svolgere la sua attività a Cirò Marina, che in Calabria c’è la ’ndrangheta». Tanto basta. Il Riesame però accoglie il ricorso e Aniello torna libero.
Ottobre 2019: inizia il dibattimento a Crotone. Un processo faticoso, estenuante, durato due anni, pandemia compresa, con udienze a ritmo settimanale. Alla fine, arriva una condanna a dodici anni. Dodici. La sentenza del Tribunale abbraccia integralmente la tesi sostenuta dal GIP nell’ordinanza cautelare, già annullata dalla Cassazione. Un’assurdità. L’incubo, da minaccia, diventa realtà. Aniello ricorre in appello. Il 10 novembre 2023 la Corte d’Appello ribalta tutto: assolve Aniello Esposito perché il fatto non sussiste. Il PM che lo aveva accusato – nel frattempo divenuto PG – insiste per la condanna, ma la Corte non lo segue. Sembrerebbe la fine. Ma non lo è. Lo stesso PG ricorre in Cassazione chiedendo di rifare l’appello a Catanzaro. Aniello ricade nel tunnel, di nuovo sospeso, di nuovo sotto l’ombra dello stigma. Il 26 novembre, però, arriva finalmente la parola definitiva: la Suprema Corte rigetta il ricorso della Procura DDA di Catanzaro. Dopo sette anni di processo, sette mesi tra carcere e domiciliari, tre interdittive antimafia, tre appalti pubblici revocati, centinaia di migliaia di euro perduti, decine di articoli di giornale che lo marchiavano come uno ’ndranghetista, migliaia di chilometri percorsi tra tribunali e udienze, l’incubo è finito.
«La decisione della Suprema Corte – ha dichiarato Aniello Esposito – mi ha donato una seconda vita, perché dal 2018 sono entrato in un tunnel che sembrava non avere una via d’uscita. Se non sono crollato psicologicamente in questi lunghi sette anni lo devo alla mia famiglia e al mio avvocato, che mi hanno sempre sostenuto e, soprattutto, hanno creduto nella mia estraneità ai fatti. Sulla mia pelle ho constatato che, in barba alla Costituzione, nel nostro Paese vige la presunzione di colpevolezza fino al terzo grado di giudizio. In attesa della fine del processo mi hanno distrutto economicamente e, quando provi a rialzarti, ti ritrovi marchiato con la “lettera scarlatta”. Mi chiedo: chi mi restituirà la serenità che mi è stata negata in questi lunghi sette anni? Concludo dicendo che, se all’indomani della decisione della Suprema Corte forse riprenderò in mano la mia vita di prima, certamente non sono più la stessa persona di prima».
