Zelensky dà una lezione sulla democrazia agli italiani che fiancheggiano Putin, il dittatore più sanguinario dell’ultimo secolo

Il 24 febbraio non è una ricorrenza per cerimonie. È la data in cui l’Europa ha capito – tardi – che la guerra non era archiviata, era solo rimossa. Da quel giorno gli ucraini pagano un prezzo che noi, comodamente, commentiamo dal divano: vite, case, città, infanzia. Eppure, continuano a difendere una cosa semplice e radicale: il diritto di scegliere. In questi anni Volodymyr Zelensky non è stato soltanto il presidente di uno Stato aggredito. È stato la prova che una leadership democratica può reggere sotto le bombe. Ha tenuto insieme resistenza e diplomazia, identità nazionale e alleanze, dolore e lucidità. Ha fatto una cosa che in troppi, in Italia, hanno dimenticato: ha trattato la politica come responsabilità, non come posa.

Ora c’è un passaggio che vale più di mille discorsi: la disponibilità a indire elezioni e un referendum su un eventuale accordo non appena le condizioni di sicurezza lo consentiranno. Non è propaganda: è metodo. Significa dire che la pace – se arriverà – non sarà un baratto opaco in qualche stanza chiusa, ma una scelta che deve avere legittimità popolare. In guerra la democrazia è più difficile. Proprio per questo, quando la richiami, la difendi.

E poi c’è la verità che noi europei dovremmo ripeterci ogni mattina, prima di aprire bocca: gli ucraini combattono anche per noi. Non per retorica, ma per una verità politica elementare: se l’aggressione paga, nessuna sovranità europea è al sicuro. Se passa l’idea che un confine si sposta con i carri armati, non si ferma “lì”: diventa un precedente. Se passa l’idea che un popolo si rieduca con l’occupazione, non riguarda solo Kyiv: riguarda l’Europa. L’Ucraina sta tenendo la linea di frattura tra democrazia e imperialismo, mentre noi litighiamo sul palinsesto.

Putin, da tempo, usa la baionetta. Non è una metafora: è il suo metodo. La affonda appena sente incertezze, tentennamenti, ambiguità. Ogni esitazione occidentale diventa per lui un invito: alza la posta, misura la paura, testa la tenuta. Con Putin non funziona la psicologia dell’appello: funziona solo la grammatica dei limiti. Se non li trova, li inventa lui — sul terreno. Ed è qui che l’Italia fa la figura peggiore. Perché da noi una parte della politica non si limita al dissenso legittimo: flirta con la narrativa del Cremlino, la normalizza, la ricicla in versione “buonsenso”. E una parte dei talk show – per narcisismo senile e fame di audience – trasforma una guerra in un gioco di specchi: aggressore e aggredito messi sullo stesso piano, come se la realtà fosse una “opinione”.

Il risultato è devastante: un’opinione pubblica più confusa, più cinica, più permeabile alla propaganda. E poi ci sono gli “storici” da salotto, quelli che taroccano la storia in diretta: spostano i confini con una battuta, riscrivono le responsabilità con un “però”, trasformano l’aggressione in “reazione” e la resistenza in provocazione”. È propaganda travestita da cultura. È il modo più elegante per fare un favore al Cremlino: non negare la guerra, ma confondere le cause; non difendere l’invasione, ma diluire la colpa. Eurobarometro e rilevazioni europee lo dicono con chiarezza: la manipolazione informativa e le interferenze estere sono una minaccia concreta per le democrazie dell’Unione, e l’Italia è tra i Paesi più fragili quando il dibattito pubblico si riduce a tifoseria. Ma attenzione: non è una maledizione. È una responsabilità. È ciò che accade quando i corpi intermedi si indeboliscono, quando la cultura civica si assottiglia, quando il confronto diventa spettacolo.

E infine: la pace si costruisce giorno per giorno. Non è una parola magica da agitare in studio televisivo. Non può diventare il paravento dietro cui si finisce per sostenere il dittatore più sanguinario dell’ultimo secolo – o, più banalmente, per chiedere la resa degli ucraini con il linguaggio mellifluo del “realismo”. La pace vera non è l’umiliazione dell’aggredito. È sicurezza, garanzie, giustizia, confini rispettati. È la fine dell’aggressione, non la sua ratifica. Sostenere l’Ucraina non significa essere “bellicisti”. Significa essere sobriamente europei: difendere il principio che in Europa i confini non si cambiano con la forza. E significa pretendere anche in casa nostra una politica adulta: meno ambiguità, meno compiacimento televisivo, più schiena dritta. La lezione di Zelensky e del popolo ucraino è crudele e semplice: la libertà non è un hashtag. È una scelta. E le scelte, prima o poi, presentano il conto.