Steve Witkoff, Jared Kushner e il segretario dell’Esercito per Trump, Daniel Driscoll, sono da ieri ad Abu Dhabi per il vertice trilaterale sulla guerra in Ucraina. L’inviato speciale del presidente Usa è passato prima in Israele e domani sarà in Oman per incontrare la delegazione iraniana. Sono quasi più importanti queste altre due tappe che quella nell’Emirato, dove gli incontri con ucraini e russi stanno assumendo il tratto di un’attività di routine. La sensazione infatti è che il vero obiettivo condiviso tra Kyiv e Mosca sia non scontentare gli Usa. Zelensky non può dire no al suo primo alleato. Per quanto sia umorale e inaffidabile. Sa bene cosa vorrebbe dire un voltafaccia a Trump.

Tuttavia, la prevedibile interruzione della tregua sull’energia è stata di fatto una risposta alla domanda che ancora ieri si poneva Politico.Eu: “Putin è pronto alla pace?”. Nei giorni scorsi, con disincanto il consigliere di Zelensky, Mykhailo Podolyak, ha spiegato su X che Mosca “approfitta del breve rialzo delle temperature durante il giorno per accumulare missili e poi colpire di notte quando si va 24 gradi sotto zero. La Russia non vede alcun motivo per fermare la guerra, interrompere le pratiche genocide o impegnarsi seriamente nella diplomazia”.

A sua volta, Mosca vuole far credere agli Usa di avere delle buone intenzioni. È un gioco al gatto e al topo tipico del Cremlino. Putin ha sempre smentito le dichiarazioni di Trump, tali per cui un accordo sarebbe dietro l’angolo. Nel Golfo, il capo della delegazione russa, il generale Igor Kostyukov, e l’ufficiale dell’Intelligence militare, Alexander Zorin, non tratterranno delle cause primarie del conflitto, il punto di partenza di un negoziato concreto. Il loro mandato è di negoziare su quei dettagli, che poi non vengono rispettati. L’ordine del Cremlino è fingere un’apertura, ma continuare a combattere: perché si è convinti di avere la vittoria dietro l’angolo, è così che dicono dal 2022; e se il conflitto termina, Putin deve fare i conti con la pace. Questo vuol dire bilancio delle vittime e ricostruzione economica. Insomma, dossier realistici e scomodi per un regime.

In questa fotografia di impasse, si inserisce il nuovo elemento della scadenza – oggi! – del New Start, il trattato Usa-Russia di non proliferazione nucleare. Da tempo a Washington si era sul chi va là affinché non si arrivasse a fine accordo senza un aggiornamento. Così è stato. Mai successo negli ultimi quarant’anni. Trump ha minimizzato. «Se è scaduto, se ne farà un altro», ha detto al New York Times, per poi chiedere il prossimo coinvolgimento della Cina. Mosca ha così preteso di chiamare in causa Francia e Regno Unito. Così si alza la questione ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Tattica calcolata per non arrivare a un dunque. Russi e cinesi stanno aggiornando gli arsenali già da qualche anno. Quelli Usa sono in via di invecchiamento. Se ne deduce un capitolo di riarmo nucleare prossimo venturo.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).