Ambrogio
8 marzo, il ruolo invisibile delle donne che tengono insieme tutto. Quei lavori che non fanno cv, non generano contributi e non producono carriera
Mariangela Padalino, capogruppo di Noi Moderati, Giulia Pastorella, capogruppo de I Riformisti, e Diana De Marchi, consigliera del Partito Democratico e presidente della Commissione Pari Opportunità — affrontano la Milano delle donne con accenti differenti ma con una consapevolezza comune: la città che funziona poggia su un ruolo femminile che resta in gran parte nascosto. E la politica cittadina può fare di più.
«Esiste una Milano invisibile fatta di donne che tengono insieme tutto: figli, genitori anziani, lavoro, casa», dice Padalino. «Sono le badanti che assistono i nostri anziani, le baby sitter che permettono ad altri di restare in ufficio, le lavoratrici domestiche spesso in nero. E poi ci sono le donne che, finite le otto ore in azienda, iniziano il secondo e terzo turno tra compiti, visite mediche e burocrazia. Questo lavoro gratuito non è un dettaglio: è un’infrastruttura sociale ed economica. Se fosse retribuito inciderebbe in modo significativo sul Pil. Eppure non fa curriculum, non genera contributi, non produce carriera. Dopo anni a tenere insieme tutto, molte donne si sentono indietro. E non perché non valgano. Anzi!».
Pastorella parte dai dati — il 71,7 per cento di occupazione femminile a Milano, ma un gender pay gap ancora al 23,8 per cento — per poi puntare dritto sulla soluzione: «In due parole: asili nido. I nidi sono la chiave di volta non solo per la conciliazione vita-lavoro delle madri, ma anche per lo sviluppo della carriera delle donne e, può sembrare paradossale, per la possibilità di fare altri figli in futuro. C’è un legame positivo tra la disponibilità dei servizi e il tasso di fecondità». E sposta lo sguardo su un luogo-simbolo, la settimana della moda: «Durante quei giorni tutto parla della donna, come musa ispiratrice e come fruitrice del prodotto. Un comparto importantissimo per Milano, ma ancora molto controverso. Penso al rapporto con la figura delle modelle, e a come la loro immagine, a cascata, influenza le altre donne. Il tema del gap salariale attraversa tutti i livelli, così come la scarsità di figure femminili ai vertici delle aziende e nelle direzioni creative».
De Marchi allarga la prospettiva: «Molte delle opportunità che Milano offre esistono proprio perché qualcuno — e molto spesso una donna — si prende cura del carico quotidiano che rende possibile tutto il resto. È un lavoro che riguarda la cura delle persone, ma anche quella dei luoghi e degli spazi della città». E rivendica i passi compiuti: «Il Comune ha ottenuto la certificazione di parità e realizzato il bilancio di genere: strumenti che permettono di comprendere quanto le scelte di spesa dei diversi assessorati incidano sulla vita delle persone. Il Comune ha anche avviato WeMi, un servizio che accompagna e forma le assistenti familiari, inserendole nel mercato del lavoro regolare. Uno strumento che incrocia i bisogni delle famiglie e delle lavoratrici, promuovendo una cura fondata su competenza e riconoscimento».
Fin qui le riflessioni, ma poi si arriva alla domanda: cosa fare, non nel futuro, ma domani? Un progetto preciso per poter rilevare la realtà sommersa è la risposta di Padalino: «Un Indice di carico di cura della donna, che misuri anche economicamente il peso assistenziale in base a numero di figli, familiari non autosufficienti e reddito. Rendere visibile questo contributo — anche nel 730, in forma nominativa — significherebbe trasformare un lavoro invisibile in valore riconosciuto, utile per accesso a servizi, formazione e carriera, ma anche perché quella donna possa dire a sé stessa: guarda quanto valgo!». E annuncia: «Proporrò una mozione in Consiglio comunale. Perché se Milano vuole essere davvero la città delle opportunità deve partire da qui: riconoscere che senza queste donne invisibili non correrebbe. Si fermerebbe. E con lei il Paese».
Pastorella propone un approccio concreto, al di l’a di ogni retorica. Un cambio di metodo: «Servono dati aperti e pubblici per misurare l’impatto delle politiche pubbliche sulle dimensioni di genere. Come ribadito nella campagna #datipercontare, si tratta di costruire una valutazione di impatto preventiva delle azioni da attuare, e poi ripeterla a posteriori. Il primo passo per cambiare le cose è capire cosa ha funzionato e cosa no».
De Marchi punta sul bisogno ancora forte di un ripensamento culturale: «Ancora vediamo una subcultura che pensa che le relazioni siano relazioni di potere, dove il potere ce l’hanno gli uomini sulle donne. Non solo nelle relazioni affettive, ma anche in quelle economiche e sociali». Per questo chiede che il Consiglio approvi un percorso strutturato di educazione al rispetto e all’affettività in tutte le scuole milanesi, dall’infanzia alla maturità: «Una comunità che offra a donne e uomini la libertà di essere sé stessi fin da piccoli, senza condizionamenti, senza stereotipi. Le competenze della nostra rete antiviolenza sono una guida efficace in questi progetti di prevenzione, per una città più giusta».
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