Dopo la sconfitta del governo nelle elezioni provinciali di Buenos Aires, l’Argentina è precipitata nuovamente in una condizione di fragilità economica con sorprendente rapidità, riversando gli iniziali successi del presidente Milei per il risanamento dei conti pubblici. Nel giro di poche ore, il Paese si è trovato sull’orlo del collasso finanziario, segnato da un crollo eccezionale del peso argentino.
Gli investitori, locali e stranieri, hanno liquidato in massa le attività in valuta domestica rifugiandosi nel dollaro, mentre la Banca Centrale, priva di riserve, non è riuscita a sostenere il cambio. La decisione del governo di privilegiare il contenimento dell’inflazione rispetto all’accumulazione di riserve, due politiche scoppiate ma che possono entrare in tensione l’una con l’altra, si è così rivelata un calcolo opinabile. Dall’insediamento di Milei, a fine 2023, il governo ha adottato un piano di stabilizzazione fortemente ortodosso, basato sull’azzeramento della creazione monetaria, tassi reali elevati e drastica contrazione della liquidità interna, per ristabilire la fiducia dei mercati. Tale impostazione, tuttavia, ha prodotto risultati contraddittori.
Da un lato, la politica restrittiva e l’aggiustamento fiscale hanno avuto un costo sociale altissimo: la compressione di salari, pensioni e investimenti ha depresso la domanda interna, alimentando disoccupazione e un’ondata di default aziendali. In questo contesto, l’Argentina è di fatto rimasta esclusa dai mercati internazionali del credito, costringendo il governo a dipendere quasi unicamente dal FMI e, più recentemente, dagli Stati Uniti per il finanziamento delle proprie obbligazioni. Questa dipendenza alimenta l’incertezza sulla sostenibilità del programma Mileiano e scoraggia gli investimenti esteri. Inoltre, mentre Milei proclama la “liberazione del mercato”, l’economia argentina appare oggi vincolata a condizionalità imposte da organismi multilaterali. Le relazioni con la Cina, storico partner e creditore, vengono ridimensionate più per allineamento politico che per scelta economica. Si configura così un paradosso: un Paese che rivendica la libertà dal controllo statale, ma che di fatto subisce un controllo esterno di natura politica.
Dall’altro lato, se si adotta una prospettiva di più lungo periodo, la vera malattia dell’economia argentina è di natura politica. Milei non dispone di una rete istituzionale solida, né ha mostrato la volontà di costruirla: la mancanza di una base parlamentare stabile, la debolezza organizzativa e la scarsa esperienza politica ne limitano la credibilità e la capacità di garantire la continuità delle politiche economiche. Questa debolezza strutturale si traduce in instabilità: le aspettative, che in economia contano talvolta più delle misure stesse, vengono compromesse, vanificando gli effetti della disciplina monetaria e fiscale. In tale contesto, la fiducia dei mercati rimane pressoché nulla.
Il piano sarebbe dovuto passare da subito attraverso una combinazione di un rafforzamento del processo politico e una forte ri-monetizzazione della Banca Centrale, mediante acquisti di valuta estera finanziati da emissione monetaria.
Tale strategia avrebbe permesso, da un lato, di ridare ossigeno al sistema creditizio e all’attività produttiva, e dall’altro di ridurre la dipendenza dal supporto di attori esterni a cui l’Argentina resta legata per fragili logiche politiche. Non sorprende, dunque, che non aver intrapreso tale percorso abbia avuto effetti catastrofici al primo shock politico-economico.
