Se c’è una lezione brutale che il 2025 ci ha sbattuto in faccia, è che la realtà è molto più dura, sporca e complessa di come ce la siamo raccontata. E dunque tutti faremmo bene a prendere l’impegno solenne e condiviso di condurre per l’anno nuovo, a ogni latitudine, una lotta senza quartiere al famigerato storytelling, malattia senile del marketing applicato alla politica e ai media. Un morbo che – ahinoi – promette di intossicarci anche nel 2026.

La pace in 24 ore di Trump…

L’origine di questa grande sbronza collettiva, sta proprio nell’inizio dell’anno che ci lasciamo alle spalle, con l’insediamento di Donald Trump. L’America e il mondo avevano già passato il 2024 a drogarsi di semplificazioni, e il 2025 è iniziato con la madre di tutte le narrazioni: l’uomo forte che prometteva di “chiudere le guerre in 24 ore” e di sistemare il mondo con qualche telefonata. Siamo a dicembre, e i cannoni non tacciono. Perché la geopolitica è una cosa seria, fatta di interessi secolari, di nodi inestricabili e di sangue, non è un reality show che si chiude perché lo sceneggiatore decide che l’audience è stanca. Votare per una bella storia, quella del dealmaker che risolve tutto, non cancella la realtà dei problemi.

La grande bugia anti-israeliana

Ma se in America la narrazione è stata uno strumento di potere usato a dir poco con spregiudicatezza, in Medio Oriente è diventata l’arma di una disonestà intellettuale assoluta. È qui che l’informazione globale ha toccato il fondo. Per tutto l’anno, il sistema mediatico mainstream ci ha venduto la Grande Bugia: una narrazione velenosa, pregiudizialmente anti-israeliana, che ha trasformato una tragedia in una farsa manichea. Abbiamo assistito al sistematico ribaltamento della verità: si è deciso a tavolino che Israele era il male assoluto, incastrando la realtà nel format ideologico “oppressori contro oppressi”, perfetto per gli slogan ignoranti dei campus occidentali ma criminale di fronte alla Storia. Questa nube ideologica ci ha resi ciechi, finendo per far dilagare l’antisemitismo, l’odio più antico del mondo.

I dittatori non si fermano con gli hashtag

Analogo racconto, falso e grottesco, è andato in scena in Ucraina. Qui la brutta realtà ha un nome e un cognome: Vladimir Putin e la sua guerra criminale, ma noi occidentali, di fronte alla sua brutalità, ci siamo rifugiati in una narrazione consolatoria: la favola che il regime di Mosca sarebbe crollato sotto il peso delle sanzioni in un mattino, o che bastasse inviare qualche arma miracolosa per vincere senza sporcarsi troppo le mani. Il 2025 ha spazzato via queste illusioni. La realtà ci ha detto che i dittatori non si fermano con gli hashtag o con la retorica dei buoni sentimenti, ma solo con una capacità industriale e militare che avevamo dimenticato di avere. La guerra vera è logoramento, fatica e investimenti, non una serie Netflix dove il bene vince all’ultima puntata perché così prevede il copione.

E per non farci mancare nulla, mentre la Storia vera macinava sangue e terrore, noi eravamo impegnati in rete a spaventarci da soli con le bufale globali, vere e proprie armi di distrazione di massa lanciate nel 2025 per tenere l’opinione pubblica in uno stato di ansia perenne e ingiustificata. Ricordate l’isteria sulla tempesta solare che doveva friggere i cavi sottomarini e spegnere Internet per mesi? Una montatura basata sul nulla. O la psicosi sulla “Malattia X”, con la favola complottista secondo cui l’OMS avrebbe programmato a tavolino una pandemia per l’autunno? Fesserie totali. O ancora la narrazione martellante sul crollo del dollaro e la fine dell’economia occidentale per mano dei BRICS?

Europa grande sonnambula

In questo teatro dell’assurdo, la grande sonnambula è stata l’Europa. Il nostro continente ha passato l’anno (come i vent’anni precedenti) a raccontarsi la favola del suo Soft Power, convinto che le regole contassero più dei carri armati e che il nostro giardino fosse al sicuro dalla giungla. La realtà del 2025 ci ha svegliato con secchiate gelide: la giungla se ne frega delle nostre narrazioni. O hai la forza (industriale, militare, politica) per stare al tavolo, o sei tu il menu.

Smettiamola di essere un pubblico pigro

Ecco dunque il patto per la Realtà che proponiamo per il 2026. Smettiamola di dare ascolto alle narrazioni infette, e smettiamola anche di dare la colpa ai politici o ai media che ci vendono fumo: la colpa è nostra che compriamo merda e la consumiamo con piacere. Smettiamo di essere un pubblico pigro che vuole la soluzione dei problemi in 24 ore, dividendo sempre il mondo in buoni e cattivi come in un mediocre film. Impegniamoci a tollerare la fatica della complessità. Uccidiamo lo storytelling. Non è un atto di cinismo, è l’unico atto di idealismo rimasto. Perché solo guardando in faccia la realtà, per quanto brutta sia, possiamo sperare di governarla. Le favole lasciamole a chi vuole dormire. Noi del “Riformista”, nel 2026, resteremo svegli, siatene certi.