"Serve coraggio e ricambio più aperto"
Bisignani: “Meloni come la Thatcher, ha fatto tutto da sola. Basta ripescare amici e ‘camerati’, la premier valorizzi la società civile”
“Venezi alla Fenice? Provocazione sciocca e sui tagli al cinema si fa un grave errore. In Rai poteva tenere Fuortes, invece ha deciso di mettere un filosofo a fare l’amministratore delegato ed è caos”
Consulente, saggista, protagonista di decenni di retroscena del potere italiano, Luigi Bisignani osserva da vicino rapporti tra politica, finanza, media e alta burocrazia. Ha firmato libri-inchiesta dal taglio insider e mantiene uno sguardo spregiudicato sulla macchina dello Stato e sulle sue élite. Con lui parliamo di Giorgia Meloni, di classe dirigente, di cultura e di come funziona davvero —o non funziona— Palazzo Chigi.
Con i tuoi libri neri hai fatto tremare i palazzi romani più di una volta. Cosa hai in serbo per il futuro?
«A Pasqua 2026 usciremo con Paolo Madron con un nuovo libro nero del potere, del quale posso anticipare solo una battura: una volta Guido Rossi disse ingiustamente che con D’Alema a Palazzo Chigi c’era l’unica merchant bank che non parlava inglese. E adesso con Giorgia Meloni invece a Palazzo Chigi c’è una merchant bank che l’inglese lo parla benissimo. E parla bene anche il francese».
Fulminante. Dici che lei è sveglia ma, nel sottotesto, anche che i governi alla fin fine si somigliano tutti?
«I governi hanno un modello funzionale che li rende praticamente tutti uguali. E infatti si comportano nello stesso modo».
Giorgia Meloni si sta rivelando una statista, vera e propria, direi meglio del previsto.
«Nel libro che abbiamo scritto con Madron, I potenti al tempo di Giorgia, io avevo pronosticato che Meloni poteva diventare una nuova Margharet Thatcher. Così sta accadendo».
Meglio in politica estera che in politica interna?
«Le possiamo dare 10 e lode in politica estera per come è riuscita a imporre sé stessa e l’Italia nel mondo, però in politica interna e negli apparati del potere italiano secondo me non le si può dare più di 7 perché ancora c’è molto da fare».
Approvata la manovra, il rigore nei conti c’è…
«C’è un ordine sicuramente nella finanza pubblica, ma un governo che vuole durare cinque anni e con un consenso più alto ci vorrebbe secondo me un po’ più di coraggio, soprattutto in relazione a quello che chiedono gli industriali per far ripartire la produzione, per cui ci vuole un po’ più di coraggio».
Burocrazia economica e dicasteri: dove vedi i limiti dell’esecutivo?
«Non basta un bravo ragioniere generale dello Stato o un dirigente ministro come Giorgetti, ci vorrebbe un po’ più di coraggio. Se poi vediamo come viene gestito il Ministero dell’Industria e del Made in Italy con tutti i suoi tavoli in crisi, insomma qualche domanda bisognerebbe pure farcela».
Nomine e “selezione della classe dirigente”: qual è il vero tallone d’Achille?
«Mi sembra che Fratelli d’Italia non abbia ancora superato il retaggio di essere rimasti così tanti anni all’opposizione, per cui stanno pescando, soprattutto nel livello intermedio della pubblica amministrazione, della finanza pubblica, persone che facevano riferimento a loro e che hanno messo in mille posti senza alcun tipo di esperienza. Direi che da questo punto di vista, a parte i top manager che poi in linea di massimo sono stati riconfermati dalle precedenti esperienze, il livello intermedio è molto basso».
A Meloni va ricordato il mito della caverna di Platone? Uscire dalla tana, abbracciare il nuovo…
«Sì, questa evocazione ci fa dire alla Meloni che sta facendo un errore grave: dovrebbe pensare un po’ di più alla società civile cui guarda a lei con tanto entusiasmo e con tanto trasporto e non solo ripescare tra i suoi vecchi amici di partito».
Le “seconde file” a Palazzo Chigi sono un problema?
«Amici e “camerati” alcune volte sono veramente imbarazzanti. Un salto di qualità che la Meloni non ha fatto e che dovrebbe fare è anche tra i collaboratori più stretti che lei ha a Palazzo Chigi. Le seconde file dietro ad Alfredo Mantovano e a Giovanbattista Fazzolari sono piene di personaggi di terz’ordine».
Il coraggio misurato, l’eccessiva prudenza è il suo limite…
«Secondo me se facesse di più sul piano degli investimenti industriali, delle grandi leggi di riforma sarebbe molto importante, invece ho paura che questi due ultimi anni si trascinino nel timore di inciampi. E con la paura di qualche sorpresa alle elezioni del ‘27, perché non bisogna mai sottovalutare la capacità della sinistra di riuscire a fare massa sotto elezioni, anche se poi sono totalmente incapaci di governare».
Il 44% di fiducia a tre anni: dato-record o indicatore sopravvalutato?
«Un dato da prendere per quel che è. Era alta sopra il 40% la fiducia per Matteo Renzi e per Matteo Salvini. Quel parametro lì secondo me non funziona più nella società moderna, perché mescola popolarità e autorevolezza».
Hanno paragonato Meloni a Mariano Rumor…
«Mariano Rumor era un galleggiatore che aveva alle spalle un grande partito radicato nel territorio, e la storia della Democrazia Cristiana è ben diversa da quella di Fratelli d’Italia. Si è potuta permettere, avendo plasmato lo Stato democratico, di mettervi al servizio anche Presidenti del Consiglio modesti, non di primissimo piano».
Ma allora Meloni è l’“anti-Rumor”. Ha inventato il suo partito prima e una nuova incarnazione del potere poi. Senza un soggetto forte alle spalle.
«Certo sono periodi incomparabili. Lì c’era la forza dei partiti, che oggi non c’è più. Lei è una fuoriclasse assoluta che se alzasse un pochino gli occhi, volerebbe veramente. Per questo mi dispiace che non lo faccia. E il suo approccio con il governo, con i suoi ministri, alcuni dei quali sono imbarazzanti, dà molto da pensare. A pesare anche gli odi trasversali tra gli uffici di Palazzo Chigi, che rallentano la macchina».
Odi che vengono al pettine, permettimi il calambour…
«Assolutamente così: gli odi sono i nodi che vengono al pettine, prima o poi».
Siamo la potenza mondiale del soft power. Sulle politiche culturali possiamo permetterci i tagli annunciati? Quelli sul cinema sono allarmanti.
«Non possiamo assolutamente permetterceli. Il nostro cinema dai tempi di Andreotti è sempre stato una delle grandi risorse italiane, il biglietto da visita dell’Italia del mondo. Un volano straordinario, al di là del film in sé, per tutto il sistema-Paese. Sulla cultura stanno sbagliando tutto. Persone fuori dagli schemi politici ci dicono che mettere la Venezi alla Fenice è una provocazione sciocca. Tutto il mondo della musica si sta ribellando. Meloni e Giuli avrebbero la possibilità di volare alti, e invece svolazzano».
Meloni è una buona direttrice d’orchestra?
«È una direttrice d’orchestra che vuole fare anche il primo violino. Non si può fare. È una numero uno che vuole essere anche numero due e numero tre. E neanche questo si può fare».
Un consiglio non richiesto alla premier: cosa le sussurreresti oggi?
«Lei ha il vento in poppa e proprio per questo deve spiegare le ali e guardare un po’ avanti, seguire i consigli anche di alcuni ministri importanti del suo governo».
Quali?
«Sicuramente Guido Crosetto, Carlo Nordio quando le dice di avere ancora più coraggio sulla giustizia, Matteo Piantedosi, un ottimo titolare del Viminale. E valorizzerei ancora di più Antonio Tajani, che più di altri può allargare il consenso per la maggioranza oltre gli elettori già acquisiti».
RAI e cultura: dove si è inceppato il meccanismo?
«La RAI è diventata una questione incredibile, lei ha deciso di mettere un filosofo a fare l’amministratore delegato ed ecco qua che è uscita fuori la gazzarra. Avrebbe potuto lasciare uno come Fuortes fino a fine mandato, anziché mandarlo via in quella maniera assurda per la questione di Sanremo. Oggi abbiamo una RAI a guida meloniana con Meloni che ancora non la guida».
Andreotti avrebbe fatto così: un colpo al cerchio e uno alla botte?
«Andreotti sapeva fare sistema sapendo che quelli che scontenti oggi diventano i nemici di domani. Lo dimostrava con il rapporto con la burocrazia: sapeva valorizzare tutte le figure. La burocrazia dell’era meloniana è una burocrazia con direttori generali quasi estinti perché molta parte del funzionamento dei ministeri è stata arrogata da Palazzo Chigi. Accentrare il potere non è mai un segno di forza».
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