Nel mezzo della crisi con l’Iran, mentre l’attenzione globale si concentra su missili, basi militari e possibili escalation regionali, a Washington è stata presa una decisione meno spettacolare ma forse ancora più significativa. Non riguarda le armi, ma l’infrastruttura finanziaria che rende possibile il commercio mondiale. Con l’aumento del rischio militare nel Golfo Persico, le principali compagnie assicurative marittime – a partire dal mercato londinese che ruota attorno a Lloyd’s – hanno iniziato a sospendere o a rendere proibitive le polizze di war risk insurance per le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. È una reazione prevedibile: quando cresce il rischio di attacchi, mine o sequestri, il sistema assicurativo privato tende a ritirarsi o a moltiplicare i premi.
Il problema è semplice: senza assicurazione le navi non navigano. Armatori, compagnie petrolifere e banche richiedono coperture obbligatorie. Se il mercato si ritira, il traffico si blocca. E quando il traffico si blocca nello Stretto di Hormuz – attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale – il rischio diventa sistemico. È qui che interviene la decisione dell’amministrazione Trump. Il presidente ha ordinato alla U.S. International Development Finance Corporation (DFC) di fornire copertura assicurativa contro il rischio politico alle navi che attraversano il Golfo Persico. In altre parole, lo Stato americano si propone come garante diretto della sicurezza economica delle rotte energetiche globali. La logica è semplice: se la sicurezza militare dello stretto è garantita dalla U.S. Navy, anche la sicurezza finanziaria del traffico può essere sostenuta dal governo americano.
Non è la prima volta che accade. Durante la Seconda guerra mondiale e in diverse crisi del dopoguerra, Washington ha creato programmi pubblici per assicurare il trasporto marittimo quando il settore privato si ritirava. Ma oggi colpisce la dimensione geopolitica della scelta.
Per oltre tre secoli il cuore del mercato assicurativo marittimo globale è stato Londra. Lloyd’s non è solo una compagnia: è l’istituzione che ha definito gli standard del commercio oceanico moderno. Con questa decisione Washington manda un messaggio chiaro: se il sistema privato non regge lo shock geopolitico, gli Stati Uniti sono pronti a sostituirlo. La mossa ha anche un valore strategico immediato. Senza assicurazioni, milioni di barili di petrolio rischierebbero di restare bloccati nei porti del Golfo. I premi stavano già salendo rapidamente, alimentando il rischio di una spirale nei prezzi energetici globali. Offrendo copertura a costi più contenuti, Washington cerca di evitare che la crisi militare diventi una crisi energetica.
C’è poi un secondo elemento. La Casa Bianca ha lasciato intendere che la Marina americana è pronta a scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. La stessa potenza che garantisce la sicurezza militare delle rotte controlla dunque anche lo strumento finanziario che permette alle navi di attraversarle. Sicurezza militare e sicurezza assicurativa diventano così due facce della stessa strategia. Per gli alleati – dagli Stati del Golfo ai grandi importatori asiatici ed europei – il messaggio è rassicurante: il flusso energetico mondiale non sarà lasciato alla mercé del panico dei mercati. Ma la decisione ha anche una dimensione più ampia. Negli ultimi anni si è parlato molto di weaponization of finance: l’uso di sanzioni, sistemi di pagamento e accesso al dollaro come strumenti di potere geopolitico. Con questa misura gli Stati Uniti aggiungono un’altra leva: la capacità di intervenire direttamente nei meccanismi assicurativi che sostengono il commercio globale.
Non si tratta solo di aiutare le petroliere a navigare. Si tratta di dimostrare che, quando le istituzioni private arretrano di fronte al rischio geopolitico, l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema resta lo Stato che domina l’ordine internazionale.
Torna così, in forma moderna – e molto americana – un impero marittimo.
