Sono appena tornato da Parigi e, a dieci anni esatti da un evento tragico che ha profondamente scosso la coscienza collettiva, mi ritrovo a ribadire con convinzione quel Je suis Charlie innalzato a vessillo difensivo contro ogni censura fondamentalista.
Camminando per le strade del vivace XI arrondissement, lungo la storica rue Nicolas Appert (sede storica del giornale) non ho potuto fare a meno di notare come la città e la comunità intellettuale non abbia alcuna intenzione di dimenticare l’assalto terroristico contro la redazione di Charlie Hebdo avvenuto il 7 gennaio 2015. Anzi, sembra volerne riaffermare con ancora maggior determinazione l’irrinunciabile diritto alla satira e alla libertà di stampa, con uno spirito che potremmo definire “non un passo indietro, ma due in avanti”.
Il ricordo di quella mattina aprì una stagione di terrore, ulteriormente aggravata dai successivi attacchi di matrice islamica che ferirono profondamente la Francia, al punto da suscitare un commosso appello a non cedere alla paura e all’intimidazione. Eppure, come testimonia anche l’edizione speciale di Charlie Hebdo pubblicata per l’anniversario, la voglia di ridere non è mai morta. In prima pagina, un lettore appare seduto su un fucile d’assalto, sfogliando con aria assorta un numero “storico” del settimanale. Le parole del direttore, Riss, risuonano con forza nelle mie orecchie: “La satira possiede una virtù che ci ha aiutato ad attraversare questi anni tragici: l’ottimismo. Se abbiamo voglia di ridere, significa che abbiamo voglia di vivere”. Un messaggio vivido, un vero inno alla vitalità, che echeggia nei boulevard e nei bistrot parigini, dove la discussione sulla satira e sulla politica appare parte integrante del quotidiano, quasi fosse un aspetto imprescindibile dell’esistenza.
Ripercorrere quei giorni fa ancora rabbrividire: i fratelli Kouachi, cittadini francesi di origine algerina legati ad al Qaida, irruppero nei locali di Charlie Hebdo, aprendo il fuoco e uccidendo dodici persone, tra cui otto membri della redazione. La medesima scia di violenza proseguì con l’uccisione di una poliziotta a Montrouge e l’attacco al negozio kosher di Porte de Vincennes, mietendo ulteriori vittime. Tra gli scomparsi di quel tragico 7 gennaio figuravano Charb, il direttore della testata, e due firme leggendarie della caricatura francese, Cabu e Wolinski. Charlie Hebdo, erede della dissacrante rivista Hara-Kiri e già bersaglio di minacce a causa delle vignette sul profeta Maometto, incarna ancora oggi lo spirito irriducibile di un certo anarchismo creativo: quel mattino, l’odio colpì al cuore la sua identità dissacrante.
Passeggiando fra quelle medesime strade, ho osservato una Parigi consapevole di non poter abbassare la guardia, come ribadisce il presidente Emmanuel Macron, deciso a insistere sulla necessità di una “vigilanza collettiva”. Tuttavia, il vigore con cui i cittadini francesi continuano a difendere il diritto di satira insegna a noi qualcosa di universale: ridere equivale a vivere, a non piegarsi di fronte alla prepotenza o all’estremismo. Prova ne è il nuovo numero di Charlie Hebdo, dedicato al tema “Ridere di Dio”, ricco di vignette provenienti da ogni parte del mondo, quasi a dichiarare che la libertà di espressione non potrà mai essere messa a tacere.
Rimane, come nitida testimonianza, l’immagine simbolica della matita che non si spezza neppure di fronte alle armi. È questa la forza di una democrazia: la capacità di reagire con un sorriso, anche quando si è stati colpiti al cuore, rivendicando il sacrosanto diritto di dissenso e di satira. E forse proprio in quel sorriso irriverente si cela la vera essenza di chi non si arrende, di chi decide di continuare a ridere persino dopo aver conosciuto la brutalità del terrore, dimostrando così che satira e libertà di stampa sono più robuste di qualsiasi proiettile.
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